venerdì 21 febbraio 2020

Cos’è in gioco con il giornalista di Wikileaks? Tutto! ----- ASSANGE DEVE MORIRE (e noi con lui) ----- Informazione, o ti vendi, o sei fuori


 
Julian Assange, 49 anni, nel 2018 e nel 2020, torturato in carcere a Londra

DOMENICA A ROMA, PIAZZA DEL POPOLO, ORE 16. SABATO A MILANO, PIAZZA LIBERTY, ORE 17.

In treno blindato con capotreno il Direttore


Se pensate che il giornalismo italiano abbia toccato il fondo, avete modo di aggravarvi e constatare che, oltre il fondo, c’è un sottofondo, come nelle valigie o nelle macchine dei narcos, dove ormai sguazza l’intera compagnia che deve convogliarci sui carri bestiame verso dove ci vogliono rinchiudere Bilderberg e i suoi sguatteri. Di stazioni il treno ce ne ha fatto percorrere già parecchie. Saltiamo quella fatiscente di “Regeni”, dove pare che in sala d’aspetto giacciano ancora vecchi rotoli del Mar Morto che raccontano di un giovane italiano dai suoi eliminato in Egitto perchè da agenti egiziani scoperto al servizio della multinazionale di spionaggio Oxford Analytica, diretta dall’inventore degli Squadroni della Morte, John Negroponte e, quindi, fiduciario bruciato.

Ci hanno lasciato affacciare sulla fermata “Zaki”, dove ci distribuivano giornali dai titoli cubitali su Patrick Zaki, altro giovane, stavolta egiziano, in Egitto torturato, scudisciato con cavi elettrici, elettroshockato. Lo diceva l’associazione sorosiana di cui Zaki faceva parte e, dunque, lo dicevano tutti i giornali italiani, ma nessuno di quelli egiziani, o di altri paesi. Già perché lì, come ci ha spiegato il controllore “Amnesty”, c’è la dittatura, con 60mila prigionieri “politici” (nessuno dell’ISIS che imperversa da un capo all’altro) e ne spariscono 10 al giorno e li torturano tutti, mentre da noi no. Nessun cittadino viene mai fermato, tantomeno picchiato e torturato. Solo se osa usare la formula iettatrice No Tav, o No Bellanova, oppure, evidente teppista o sovversivo, insulta il pubblico ufficiale chiedendo perché lo stiano pestando. Ma guai se qualche paese osa interferire con le nostre forze dell’Ordine, o con la nostra magistratura. Un po’ di rispetto per un paese sovrano, che cazzo!


Alla fermata successiva, “Fatto e Gabanelli”, solo una gran pila di giornali spiegazzati e buttati. A malapena si riusciva a leggere di Patrick Zaki, ma neanche più una riga su torture, scudisciate con cavi ed elettroshock, “non ce n’erano i segni visibili”, né lui l’aveva mai detto. In compenso c’erano il capostazione Travaglio e la telegrafista Gabanelli che, a dispetto di continue assoluzioni dei capi ENI, Descalzi e Scaroni, vogliono cacciarli, e magari torturarli, perché a forza di estrarre petrolio per noi italiani dai megagiacimenti egiziani di Zhor, insultano i martiri Regeni e Zaki, e questo è niente, se si pensa che, d’accordo col dittatore Al Sisi, sottraggono il business ai nostri amici americani, britannici, olandesi, francesi di Exxon, BP, Shell, Total…

Ne abbiamo passate altre, di stazioni, col treno bestiame allestitoci dal giornalismo italiano. Interessanti le fermate “Sardine 1”,Sardine 2” e “Sardine 3”, tutte vestite Benetton, insignite del Nobel per le Gaffe e galleggianti spensierate su barchette marca Soros, in un mare di petrolio. Nella prima folle festanti e branchi di pesce. Nella seconda, pesce congelato nei banchi del mercato Soros, avvolto amorosamente in giornali come “il manifesto” o “Repubblica”, o nell’immancabile appello di Fra Zanotelli. Nel terzo, a Napoli, dove sono meno boccaloni, banchi vuoti e pesci andati a male nei secchi.

 
Il Regno di Mordor, patria dei media


La stampa di Mordor
Tutto questo per celebrare l’impeccabile deontologia, il votarsi alla verità fino all’estremo sacrificio, sotto la guida assennata e moralmente impeccabile di editori purissimi, grandi capitani di un’economia tesa a soddisfare i tanti bisognosi a discapito dei pochi privilegiati, che ai loro giornali allegano in omaggio pezzetti del proprio sacro cordone ombelicale. Ù
Quel treno poi, dopo molte altre stazioni, a un certo punto filava dritto, non credevamo ai nostri occhi, verso alcuni corpi legati sui binari. Vicino, sempre più vicino. Orrore!  Uno sembrava Julian Assange! A questo punto abbiamo sfondato le porte da vagone a vagone e ci stavamo avventando sui macchinisti perché si fermassero prima della carneficina. Non se ne davano per inteso…

Assange e gli altri


Ma qui incomincia la storia di Julian Assange, e anche di Chelsea Manning e di Edward Snowden e di altri che gli anglofoni chiamano “whistleblower” (fischiatori) e noi “eroi dell’informazione”, “combattenti della verità”, “Illuminatori dell’oscuro Regno di Mordor”
Coloro che pazientemente seguono i miei scritti sanno già che Julian Assange, australiano, 49 anni, è rimasto per 7 anni, dal 1911, prima protetto dal presidente Correa, poi recluso dal presidente Moreno su ordine USA, in una stanza dell’ambasciata dell’Ecuador di Londra. Vi si era rifugiato perché inseguito da un’accusa di stupro mossagli in Svezia dalla polizia che aveva alterato la deposizione di una donna in cui questa negava di essere stata violentata, e per la quale nella capitale inglese era stato fermato e poi rilasciato sulla parola. Solo dopo nove anni la Procura svedese, per l’accusa ovviamente subornata dalla Cia, ha dovuto chiudere il caso. Per sette anni non ha visto che molto raramente un suo legale, qualche amico giornalista, un gatto. Niente luce del sole. I suoi visitatori venivano illegalmente spiati da un’agenzia spagnola che ne apriva telefoni e computer e ne rubava i dati.

Su richiesta degli Usa, che ne hanno preteso l’estradizione per 17 capi d’imputazione, eminentemente di rivelazioni di segreti di Stato, spionaggio e collusione col nemico, che prevedono 175 anni di galera, cioè la morte vivente, Scotland Yard il 19 aprile 2019 irrompe nell’ambasciata (Moreno aveva ricevuto in cambio 1,5 miliardi di aiuti statunitensi), ne estrae a forza Assange e lo sbatte per 50 settimane – poi rinnovate - in una prigione di massima sicurezza, in isolamento. Isolamento che schianta la salute fisica e mentale del detenuto, tanto da far dichiarare al Relatore Speciale dell’ONU sulla Tortura, Nils Melzer, che Assange rischia la morte da tortura fisica e psicologica. In una prima udienza, il giornalista australiano appare incapace di capire le procedure, fa fatica a ricordare il suo nome. Solo su richiesta firmata dai decine di altri detenuti, ad Assange viene sospeso l’isolamento. Le sue condizioni migliorano leggermente. Al padre che, indefesso, gira il mondo per sostenerne la causa, appare invecchiato di vent’anni.

Tortura
Lunedì 24 febbraio è prevista una nuova udienza sull’estradizione e a fine maggio altre. Nel mondo, non in Italia, i colleghi di Assange nei media, sostenuti da grandi mobilitazioni popolari intensificano la lotta contro l’immane sopruso inflitto al più coraggioso di tutti noi. I carcerieri del Regno Unito e degli Usa, nell’imbarazzo per quella che è smascherata come la più criminale violazione della libertà di stampa e d’espressione, in un mondo occidentale già strangolato da mille censure e bavagli, contano di far morire Julian in carcere. Alla fine, per dribblare l’ostacolo costituito da una deontologia del Quarto Potere che si vuole cane da guardia contro il Potere e che approva ogni verità sottratta ai frodatori, sono ricorsi al mezzuccio infinitamente tentato e infinitamente fallito: Assange, strumento dei russi, perché le sue pubblicazioni avrebbero danneggiato Hillary Clinton al tempo delle elezioni del 2016, rivelandone i finanziamenti ai terroristi islamici in Medioriente. Danneggiare una come l’assassina della Libia, non è difficile. Quanto ai russi, non ne sono stati troppo contenti quando, anche di Mosca, Assange ha pubblicato almeno 800 documenti riservati su sistemi di controllo.

Chi ci rappresenta
Voglio dare massima evidenza alla circostanza, altamente lusinghiera per un paese di  lavapiatti del principe, che vede una stampa italiana tacere, o al massimo borbottare, su questo epocale tentativo di colpire uno per educarne tutti gli altri alla definitiva sottomissione in cambio di guiderdoni. Nulla di sorprendente quando in piazza per Giulio Regeni, o per qualche altra mistificazione della malapolitica, si vedono prontissimi sempre la Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine dei Giornalisti, con i rispettivi capoccia. Per i perseguitati in un modo che neanche Torquemada, nessuno mai. Cosa c’entrano loro con sabotatori delle menzogne del Potere, o con un giornalista che sarà esempio di verità e coraggio da qui alla fine del mondo?


Chelsea
Julian, direttore della piattaforma Wikileaks, che da due decenni rivela al mondo, con milioni di dati, documenti diplomatici e militari, gli orrori perpetrati dagli USA e dalle potenze alleate in tutto il mondo attraverso guerre, massacri come quello dei marines che mitragliano a morte, divertendosi, undici civili innocenti a Baghdad, torture, colpi di Stato, rapimenti, assassini mirati. Gran parte di queste prove gli vengono fornite da un giovanissimo analista dell’Intelligence militare, Chelsea Manning, diventato donna dopo l’arresto e tuttora in carcere, dopo sette anni e mezzo per aver diffuso documenti classificati, di nuovo, dal 9 marzo 2019, per rifiutarsi di testimoniare contro Assange davanti all’obbrobrio giuridico di una giuria segreta che non lo libererà mai. Multata di 1000 dollari per ogni giorno di continuato rifiuto, Chelsea ha dichiarato: “Non cederò mai”. Anche lei è detenuta in condizione che sono state definite inumane dal Relatore Melzer. Del resto si tratta di quelli di Guantanamo e Abu Ghraib.

Edward

A partire da Edward Snowden, rivelatore dello spionaggio Cia e NSA su tutti i telefoni e computer del mondo e che, unico a scamparla, nel 2013 riesce a rifugiarsi a Mosca, , di questi eroi dell’informazione, del rispetto per un pubblico che ha diritto di sapere, soprattutto le malefatte dei suoi governanti, la Storia del mondo può incidere sulle sue tavole del giusto e del bene, i nomi nobilissimi, le imprese esemplari. Nomi ed imprese di un giornalismo che, in Occidente, per la maggior parte, ha tradito la sua missione. Il sacerdozio al servizio del vero e del reale trasformato in codardo oltraggio e servo encomio  a vantaggio delle più brutali, sanguinarie e bugiarde oligarchie dal tempo di Johannes Gutenberg, inventore della Stampa nel 1455.

Viviamo in un mondo oscuro come descritto in Mordor daTolkien, e prima da Huxley e  Orwell, dove la segretezza è diventata un cielo come quello finto di Truman Show e la trasparenza è stata sostituita dal muro di quel film. Dove gli autori di crimini, tipo quello dell’elicottero dei marines, o i torturatori di Guantanamo, vanno liberi e onorati e chi ne racconta i delitti va in galera, o finito prima. Al processo “internazionale”, ma delle sole quattro potenze vincitrici, in base a leggi retroattive, furono impiccati 14 tra gerarchi e generali, non tutti ugualmente colpevoli.  Nessuno ha mai processato mandanti ed esecutori di Hiroshima o Nagasaki. Non si perseguono più i crimini di guerra, le obbedienze agli ordini ingiusti. Nessuno stupratore yankee di donne irachene è mai stato incriminato.

Quello contro Julian Assange è chiaramente un processo contro quanto ci resta di giornalismo non venduto e comprato. E’ la minaccia di stare in guardia, giacchè ora può capitare anche a te, se non stai ai patti dell’informazione ai tempi neoliberisti dell’oligarchia globalizzatrice e del pensiero unico e politicamente corretto. Seguirà a questa morte del giornalismo, a questa capillare vittoria della censura, la tirannide. E questa non è mai responsabile di nulla: unaccountable, come si dice in inglese. Basta che contro i dissidenti, i complottisti, i residui investigativi, i diversamente politici, si pronunci la parola “ODIO”, ed è fatta. Del resto non sapremo mai più niente.


Ora ci ritroviamo in piazza per Assange, la grandissima Chelsea, altro che Antigone, Edward Snowden, l’integrità di tutti noi. Forse non tanti qui, ma tantissimi in un mondo meno addormentato. Si vedrà se siamo riusciti a fermare quel treno maledetto, con i giornalisti chiusi dietro le porte blindate e, sulla motrice, le bandiere a stelle varie.

mercoledì 19 febbraio 2020

Mi faccio il “Giorno della Rimembranza”----- Il GIORNO DELLA MEMORIA DEI VINCITORI, 365 GIORNI DELL’OBLIO DEI VINTI



Un “Giorno della Rimembranza” per i vinti?
Il 27 gennaio ultimo scorso, data dell’arrivo dell’Armata Rossa ai cancelli di Auschwitz, si è celebrato, come ogni anno, con grandissima partecipazione di congiunti, sopravvissuti, media e autorità, il “Giorno della Memoria”. Il 10 febbraio, poi, ci si è accapigliati sul “Giorno del Ricordo”, quello delle Foibe, nelle quali un sacco di strabici, dal Quirinale in giù, vogliono vedere sepolte solo vittime di Tito fiumane o triestine. Infine, Il 14 febbraio i fidanzati, gli sposi ancora in buona, gli amanti ancora entusiasti, si sono fatti gli auguri e i pensierini di San Valentino. Per il “Giorno della Rimembranza” che qui, seduta stante, proclamo e inauguro, siccome sono solo e resteremo pochini, voglio rifarmi a San Valentino, interpretata come giornata di chi si vuole bene.



A sfida delle zanne dei morsicatori del pensiero non unico, anzi, controverso, dichiaro che, insieme all’Italia, della quale mi auguro la difesa dell’identità millenaria e il ricupero della sovranità popolare e nazionale, voglio molto bene alla Germania, per la quale formulo gli stessi auguri. E’ in massima parte a questo paese, vindice, insieme ad altre nazioni, della grande civiltà europea (tagliando via guerre e colonialismi), terra di pensatori senza uguali, esploratori dell’animo umano, terra di grandi foreste integre e di grandi fiumi andati a fare le vene d’Europa, che dedico il “Giorno della Rimembranza”. Se non altro perché è il giorno dei vinti e, di conseguenza, non se lo fila nessuno. E’ a dispetto di questo cielo di soli artificiali, che vanno sostituendo quello naturale e la sua giusta luce, che certe storie, certi crimini, certe sofferenze, vanno ricuperate, riscritte, scolpite nella Storia accanto a quelle accettate e consacrate. Non sempre a ragione. Con almeno uguale dignità. E i negazionisti, quelli che negano il diritto a studiare, rivedere e riscrivere la Storia, peste li colga.


Dresda, 13-14 febbraio 1945: al fondo dell’inferno

Il mio “Giorno della Rimembranza”, coincide – guarda il caso! - con le 48 ore, dal 13 al 14 febbraio 1945, in cui migliaia di carnefici in volo, della RAF e dell’USAAF, spediti da Churchill, hanno cancellato dalla faccia della Terra Dresda, il più prezioso gioiello barocco d’Europa. E poi anche Lipsia e Berlino e Amburgo e Monaco…. Forse questo mio “Giorno della Rimembranza” è balenato anche a quelli che recentemente in Germania Est, belli o brutti che fossero, non hanno votato come si converrebbe. Come sarebbe andata bene alle signore e ai signori del vero e del giusto, dei sacrosanti giorni della memoria e del ricordo, dalla Merkel alla Von der Leyen, da Macron a Mattarella, da Stoltenberg (NATO) al “manifesto”. E, dunque, senza nemmeno andare a vedere cosa dicono e cosa vogliono, e perché siano tanti e crescano, e per quali regioni detestino il governo che li ha annessi e colonizzati, questi depravati sono stati sotterrati sotto una slavina di “fascisti”, “neonazisti”, “razzisti”.

Germania Est, AFD, perché?
 
Manifestazione Alternative fuer Deutschland


Io mi riservo di studiare chi e perché stia vincendo elezioni in Germania Est, mentre ho già un’ideuzza del perché vadano scemando i voti operai e proletari di SPD e CDU, forze di un capitalismo cannibale nei confronti dei propri fratelli, anche se meno esplosivo e incendiario degli arei alleati. Forze predatrici che di una DDR, in cui nessuno aveva troppo e nessuno troppo poco, hanno distrutto, rubato, devastato tutto e quel che restava l’hanno portato via. Proprio come certi compari dall’URSS-Russia al tempo di Eltsin.

Amore, in tedesco Liebe


Detto questo per placare eventuali indignazioni, spiego perché alla Germania, ai tedeschi voglio bene. Non è questione di sangue. Miei avi paterni della Savoia e materni di origine francese ugonotta, poi trapiantati sul Reno, non c’entrano niente. C’entra che io, al tempo di Dresda immolata, insieme a centinaia di città, paesi, borghi, in Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, con una potenza di fuoco e di esplosivo ad altissimo potenziale, mai visto in nessuna guerra, da quelle parti c’ero. Piccolino, ma c’ero, vedevo, capivo. Mio padre era sotto le armi e fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre. Il resto della famiglia, madre, sorella, io, era scampata nelle Alpi Bavaresi dai bombardamenti su Napoli. Anche per stare vicino a mio padre, detenuto a Wiesbaden. Ma gli italiani erano passati da mercenari di Hitler, a mercenari di Churchill e Roosevelt. Perdemmo lo stato di alleati e assumemmo quello di nemici. E fummo costretti al domicilio coatto, poi molto alleggerito. Mio padre fu rilasciato dopo nove mesi di agiata prigionia in un hotel di Wiesbaden e rimandato in Italia. Noi no.

Dresda come e più di Hiroshima


E’ il 75° anniversario dell’incenerimento di Dresda e di 250mila suoi abitanti. Adenauer, per non dispiacere ai vincitori ridusse quel numero a 35mila. Il FQ, oggi, addirittura a 10mila di meno. Per sicuro non s’è mai saputo. Ma la polizia dell’epoca e un documento dell’Amministrazione Comunale di qualche anno fa, calcolava le vittime tra i 250 e i 300mila. Ai 650milla “Dresdner” autoctoni s’erano aggiunti 1,5 milioni di profughi dall’Est. Presenze della Wehrmacht, o delle SS, zero. E gli stabilimenti industriali in periferia, indenni. Si trattava, a guerra quasi finita, come esattamente a Hiroshima e Nagasaki, di uccidere civili e distruggere storia e cultura. E, come con l’esibizione di orrenda potenza in Giappone, si trattava anche, in vista della Guerra Fredda, di intimidire i sovietici, largamente vincitori su gran parte della Germania, mentre gli alleati arrancavano ancora al di là del Reno. Lo stesso intento affidato oggi ai mercenari Isis a Palmira, Aleppo, Niniveh, Ur. Sradicare, obliterare nomi, identità, storia. Come con l’operazione migranti. Serve alla globalizzazione. Prima l’esplosivo ad alto potenziale, per distruggere i rifugi, da cui poi solo corpi carbonizzati. Poi, bombe incendiare a incenerire viventi e inscheletrire edifici. Di nuovo esplosivi e mitraglia sui soccorritori in arrivo.

La dichiarazione del 1992 dell’Amministrazione di Dresda

“Tedeschi da arrostire”


E non solo Dresda, la Firenze del Centroeuropa. Una città martire che è diventata il simbolo delle oltre 100 grandi e medie città tedesche polverizzate tra il 1941 e il 1945, più qualche decina di italiane. Si calcolano quasi 1,6 milioni di morti civili. Non ne è mai stato fatto il conto. Gli anglo americani, che arrivavano con 500-1000 bombardieri per volta, non avrebbero gradito farsi rinfacciare un olocausto. Anche perché la loro vendetta per le V2 su Coventry e Londra del’44, che poi, per quanto deprecabili come tutti i bombardamenti, erano operazioni di una guerra in pieno corso e non di pura punizione a fine conflitto, sta a quanto fatto alla Germania in un rapporto di circa mille a uno. Un olocausto sul quale Hollywood, tra i suoi mille film con gli immancabili ufficiali tedeschi che non parlano mai, ma abbaiano, non ha mai girato un film. In Germania di vittime non ce n’era neanche una. Neanche quel milione di resistenti antinazisti impiccati, o fucilati dal Regime, i cattolici della Rosa Bianca, i comunisti, Von Stauffenberg, il maresciallo Rommel. Della Germania, diversamente dalla Luna, è visibile solo il lato oscuro. Che c’è, non fatemi dire assurdità, ma non è il tutto. E c’è anche dall’altra parte. Oggi come non mai. Senza fasci e svastiche.


Con 11 anni, a Dresda non c’ero. Ma ne ho assaporato la carne bruciata. Più o meno negli stessi giorni, sul paese dove eravamo stati confinati, calavano gli Spitfire a mitragliare la gente. Di soldati non ce n’erano più. Raccoglievamo nei campi le loro armi abbandonate. E neanche di uomini tra i 14 e i 65 anni. Tutti richiamati per l’estrema, assurda, difesa, Noi bambini delle Medie facevamo da Protezione Civile: a secchiate spegnavamo gli incendi e a braccia raccoglievamo feriti e morti. Così anche, nell’insediamento di baracche tirate su per i rifugiati dalle bombe su Duesseldorf e mitragliate pochi minuti prima, un mio compagno di classe di 11 anni. Col ventre squarciato e gli occhi spalancati sul cielo. Un altro mio compagno volò in cielo col ponte sul Meno fatto saltare da uno scellerato comandante tedesco in ritirata.

Dresda e le altre, come Aleppo, Niniveh, Palmira e le altre
 
Aleppo


Questo “Giorno della Rimembranza” per civili tedeschi senza lapidi e senza onoranze vale anche per tutte le altre città tedesche, perlopiù, come Dresda, completamente prive di significato e presenza militare. Non si trattava di distruggere una Wehrmacht ormai allo sbando. Io, in molte di quelle altre città sono capitato mentre venivano rase al suolo dagli esplosivi, o rese macabri scheletri dalle bombe incendiarie. Non avremmo mai più rivisto il gotico, il neoclassico, il Biedermeyer, il rococò, il liberty, di Francoforte, Magonza, Koblenza, Colonia, Monaco, Wuerzburg, quella con la reggia affrescata dal Tiepolo. La Germania raccontata da Goethe, E.T.A Hoffmann, Brentano, Heine…non l’avrebbe più vista nessuno. Vedevamo le bombe scendere a grappolo, a stormi, a migliaia. Mia madre evitava i rifugi: “Meglio morire all’aria aperta, piuttosto che lì sotto, come topi”. E dopo ogni bombardamento ci trascinava via, verso luoghi “più sicuri”, che poi non lo erano. Ricordo una strada in centro, pochi minuti dopo che la sirena aveva suonato il cessato allarme. Era attraversata da voragini e fiancheggiata da macerie, palazzi con finestre che parevano gli occhi vuoti delle maschere greche, ancora fiamme qua e là ad arrossare interni, cavalli con le pance squarciate al lato della strada, sempre con quegli occhi enormi, vivi, che non capiscono.

Non solo Beethoven…
Amo la Germania. E non solo per Beethoven, Schopenhauer, Hoelderlin, Duerer, Marx e Hegel. Non solo perché poi ho studiato Germanistica a Monaco e a Colonia con Thomas Mann. Nel borgo a cui eravamo stati assegnati come stranieri sotto sorveglianza, si faceva la fame, si portavano gli stessi vestiti per anni, si moriva di freddo per assenza di combustibile, mancavano latte, carne, spesso l’elettricità. Saltavano gli acquedotti. Il caporione nazi del paese non ci incolpava il “tradimento”. C’era poca NSDAP (il partito) e quel notabile che aveva sostituito il sindaco era visto come una specie di bonzo, mezzo da ridere, mezzo opportunista da omaggiare. Di nazionalsocialista c’era solo la “Hitlerjugend”, che giocava a calcio sul prato comunale, faceva gite nella foresta, dove passava il vallo di Adriano, organizzava formazione politica, assisteva gli anziani e, ogni tanto, marciava con tamburi e fanfare attraverso la città. Idilliaco? La Germania era anche questo.


Prendevo lezioni private di inglese da un giovane ebreo, si chiamava Ludwig Haas. Era sempre preoccupato, si muoveva con circospezione, ma nessuno nel paese gli ha mai torto un capello. Lo coprivano. Altrove era diverso, si sa. Avevamo la tessera annonaria, come tutti, ma quella per stranieri, più avara, da mera sopravvivenza. Mia madre ci portava in campagna a scambiare un suo vestito di seta con due panetti di burro e sei uova. Si friggeva con i resti del surrogato di caffè. Si mangiavano ortiche colte al lato della strada. Il calo delle difese immunitarie causava epidemie. Il tifo lo presi anch’io, come tanti, anche nei campi di concentramento. Mi salvai perché gli americani, a fine 1946, dopo averci trattenuti per oltre un anno, sempre in regime di fame, più qualche chewing gum (che io mi rifiutavo di accettare dai GIs), perché, stranamente, considerati non badogliani, ma mussoliniani, finalmente ci permisero di rimpatriare.

Tedeschi


Ma la gente del posto ci diede un’abitazione per pochissimi soldi. Un imprenditore del mobile ce la arredò gratis. I libri di scuola mi venivano regalati da compagni più avanti. Con qualcuno mi picchiai perché mi urlavano dietro “Badoglio!” Ma c’era tanta amicizia ed escursioni nei boschi e sul fiume. Le secche zitelle verduraie vicino a casa mia ci regalavano pomodori e cetrioli e mi insegnarono a coltivarli in un pezzetto del loro vivaio. La panettiera, grande, grossa, rubizza e tenera, ci dava sempre qualche panino in più, oltre la tessera annonaria. Così il salumiere dei Wuerstel. E il lattaio, un po’ matto, finchè ce n’era. Poi se lo portò via il “Volkssturm”, l’ultima chiamata alle armi, dei vecchi e dei ragazzini. Il mio “Giorno della Rimembranza” lo dedico anche a questi miei “concittadini”. Vittime, come tutti noi. E vinti. Ma di sicuro non peggiori dei vincitori.


(Dei casi curiosi, tipici delle guerre, che ci avevano costretti in Germania in quegli anni, con mio padre prigioniero dei tedeschi, parlo in “Un Sessantotto lungo una vita”, Editore Zambon)

lunedì 17 febbraio 2020

Chi ci sta e chi ci fa ---- CINQUE STELLE? PIU’ DI PIAZZA CHE DI PALCO ----- Sardine? Più di palco che di piazza (con una nota di Mario Monforte)


“Ottimismo della volontà”?
Non è che, dopo aver tempestato i 5Stelle (intendo i vertici) di critiche, rimbrotti e rimpianti, ora, per aver visto una grande e bella e viva e appassionata manifestazione a Roma, che dall’angusta piazza dei SS.Apostoli tracimava nel Corso e in Piazza Venezia (evidente sottovalutazione – o sotto-auspicio? – degli organizzatori), mi faccio trascinare dall’entusiasmo. E magari finisco col dire che l’Italia una terza via tra l’incudine dei pataccari reazionari, detti di sinistra, e il martello degli imbroglioni reazionari, definiti di destra, la torna a percorrere verso un orizzonte di giustizia, onestà, libertà, sovranità. Una terza via contro il monopolio dei finti duopoli, che sia percorribile da tutto il paese (escluso l’1% dei delinquenti, invisibili, che guidano quell’altra consorteria di ladroni, ciarlatani e mangiapane a tradimento, visibilissimi). Come “ottimismo della volontà” sarebbe sproporzionato.

C’è vita nei 5 Stelle?


Non basta una pur calorosissima piazza, nella quale correvano e si scontravano le solite correnti di ingenua, ma disperatamente coltivata (“sennò siamo fottuti”) fiducia e, all’opposto, di tormentato dubbio ed evidente volontà di rettificare una linea, per dichiarare, con il “Fatto Quotidiano”, “C’è vita nei 5Stelle”. Anzi, balzavano agli occhi le note lacerazioni, non tanto tra testa e testa, quanto tra corpo e testa. Queste tutte da imputare a quei vertici che ora raccoglievano applausi più di incitamento che di approvazione. Forzature, sia di un nefasto verticismo, sia dello stolto culto beppegrillesco del digitale a spese del reale, sia di una organizzazione tanto invocata quanto sempre sabotata con il modulo del capo unico che fa e disfa, sia di ridicole invenzioni come i facilitatori ( più delegati del sultano, che figure intermedie), o dei solitamente pochi che votano su questioni furbescamente formulate da Rousseau, mentre tanti altri si guardano bene dal farsi ingabbiare in qualcosa su cui non hanno il minimo controllo.

Con Di Maio, ma contro le alleanze
Piazza SS Apostoli corre con alti edifici paralleli, è aperta da una parte e chiusa da un tappo dall’altra. Più che una piazza, è un vicolo cieco. Che sia stata qualche inconscia consapevolezza che l’ha fatta scegliere da coloro che la democrazia diretta dell’uno vale uno l’hanno fatta evolvere in quella direttissima dell’uno vale tutti? Per una manifestazione improvvisata, con preavviso di pochi giorni, affannosamente limitata al tema dei vitalizi, non organizzata da centro, ma dalle singole realtà locali, quei 10-15mila stipati nel budello di SS.Apostoli sono stati un successo inaspettato. Inaspettato e, forse, irritante per la massiccia presenza, accanto ai cartelli “contro i vitalizi”, “contro i privilegi”, “non ci arrendiamo”, almeno altrettanti “Insieme siamo una forza – No alle alleanze”. La camicia di forza dei vitalizi è saltata al primo slogan.


Una presa di posizione netta, clamorosa, robusta, contro quelle scelte che, come è evidente anche all’attivista più illuso e boccalone, hanno fatto scendere il MoVimento dall’onda in piena del 33% che tutto avrebbe dovuto travolgere, alla risacca da una cifra dell’oggi. Si applauda quanto si vuole, ma questo “successo” lo si deve a Luigi Di Maio e alla consorteria parlamentare passata, in parte almeno, dalla rivoluzione alla sistemazione (e sistematizzazione) in poltrone damascate, che si chiama “riformista” e pensa di tirarla più alle lunghe grazie al connubio con quello che, per il MoVimento, anzi, per tutto il popolo, è e rimane il nemico strategico. Per essere strategico gli bastano gli endorsement (per noi burini, “avallo”, “investitura”) di Von der Leyen, dei Trump e dei contro-Trump, di Stoltenberg e Merkel, di Macron e delle Sardine. Un nemico mortale, come e peggio della sua copia deforme con cui, sui fondamentali, se non sul posto a tavola, finge di fare a botte.

 Il Leviatano

Bilderberg: I 5Stelle boy scout di Conte
L’ho scritto in passato, contestando il giudizio senza attenuanti di amici che mi pareva buttassero il bambino insieme all’acqua sporca. “C’è vita nei Cinque Stelle” lo affermo anch’io, ma dando di gomito a quelli, ventenni, trentenni, quarantenni, tutti di dieci anni più vecchi, che appendevano a quel palco speranze di vita e di mondo migliore.  Lo dico e ce lo auguro, ma non con gli intenti del quotidiano atlantista che l’inciucio sotto il fiduciario Conte se lo augura perché si rinsaldi e ci trascini in un futuro come lo vogliono UE, Nato, banche, la “scienza”, Soros, Bergoglio, di cui il venerato Conte è promessa e garanzia. Il suo Leviatano non si differenzia da quello di Salvini e Renzi. Schifa costoro solo perchè li ritiene tentacoli minori dello stesso Leviatano, meno solidi e meno affidabili rispetto al progetto che il sodale alla direzione del giornale, Stefano Feltri, è andato a farsi illustrare dai suoi numi di Bilderberg, Da certi giornali “amici” è meglio guardarsi.

Onestà onestà!
Per me la vita c’è di sicuro nella base di questa espressione inedita del disgusto degli italiani per chi li ha illusi, turlupinati, fregati, praticamente da sempre, da Crispi a Giolitti, da Mussolini a Berlinguer. In poche occasioni ha parlato il popolo e non l’élite: la Repubblica Romana del ’48 e altre di quell’epoca di catarsi, la fiammata dei partigiani e quella del ’68. La nostra storia ci ha dato poco più. Ma gli iniziatori dei Cinque Stelle avevano colto un punto di rottura fondamentale, chiamiamolo l’architrave di un nuovo edificio possibile, l’onestà. Molti l’hanno irriso, banalizzato, strumentalmente voltato in giustizialismo. Ma era la chiave di volta per uscire da una storia plurisecolare di protervie e donabbondismi e intraprenderne una nuova. Onestà è il principio che contiene tutti gli altri necessari alla migliore convivenza civile: equità, legalità, libertà, sovranità, solidarietà. E’ il blocco di partenza che lancia la corsa alla rivoluzione. E l’humus dei campi e delle foreste. La parola che avrebbe dovuto incenerire i corruttori, corrotti, ladri, mistificatori, truffatori, prepotenti. Insomma, i dominanti.


Ho avuto l’impressione che il prolungato grido di migliaia di voci che riprendevano quella parola d’ordine che divide il mondo in due parti inconciliabili, “onestà, onestà”, fosse diretto anche contro chi, lassù, forse ciurla nel manico. E infatti s’è levato più alto e fiducioso quando, inaspettato ospite, è salito sul palco l’uomo della prescrizione, della “spazzacorrotti”. Che se ne avveda Luigi Di Maio, che, da qualche po’, viene accreditato come scettico nei confronti di questa alleanza contro natura col PD. Fosse vero e non solo mossa tattico-propagandistica. Che se ne avveda la combattente Taverna, che ultimamente dava segni di governismo. Che se ne avvedano gli inciucisti alla Fico o Patuelli, poiché quella parola cozza con il loro quieto vivere all’ombra del Leviatano e tanto più cozza con l’idea di fornirgli stampelle. E se ne avveda Giuseppe Conte, che va lasciato ai suoi maneggi e magheggi tra la mummia di Padre Pio, i francescani di Assisi, il segretario di Stato Parolin, il capo della CEI Bassetti. L’uomo a cui viene commissionato il nuovo partito cattolico di obbedienza clerico-atlantica. Cosa diavolo c’entra con i Cinque Stelle?

Dopo il sabato dei SS Apostoli con i 10mila Cinque Stelle, su un palco messo su con quattro assi e due tavole, nella stessa piazza la domenica con le Sardine. Un fiasco da 2000 presenti, ma con un palco stellare, da 2.800 euro. Loro dicono ricavati dal crowdfunding. Le Ong della tratta ci hanno abituato a questa burla. Ma George Soros ha dato l’endorsement anche alle Sardine. Che, ovviamente, noblesse oblige, ora soffiano con lui nelle vele dei trafficanti. Poi vestono Benetton e ne accarezzano le autostrade.

Su questa gramigna che, nella vista dell’establishment tutto sono meravigliosi roseti, lascio la parola a un amico. Monforte ricorda quella “stupidità” delle Sardine, che, a dispetto dei salamelecchi riservatigli dai media, ci è colata addosso da ogni dichiarazione, da ogni passarella tv. Ma ricordiamoci che per burattinai scaltri non c’è di meglio per istupidire la gente che burattini stupidi in battaglie stupide.Tuttavia si può anche esagerare: è mai possibile farsi istupidire da una faccia di sardina come quella qui sotto?


Intanto, con i Cinque Stelle come andrà a finire? Proseguirà questo masochista anelito alla rispettabilità “borghese”, al pensiero unico, alle storiche alleanze, all’Europa dell’antidemocrazia proterva e usuraia, alla “democrazia contro le dittature”, ai diritti umani intesi come “fardello dell’uomo bianco”? O questa umanità del territorio, del rifiuto radicale e delle mete nobili, questo popolo delle stelle un po’ invecchiato, ma, a dispetto dei suoi conducenti, anche maturato e consapevole di cosa è e cosa vuole, saprà rovesciare il tavolo? Il tavolo delle carte false, delle mediazioni al ribasso, dei banchetti con le posate d’argento e con i cani spelacchiati che razzolano sotto.

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MARIO MONFORTE



Ma il livello piú profondo di ignobile stupidità è raggiunto dalle «sardine». Si badi bene, è chiara l’azione di manovratori e manipolatori (del resto non nascosti: Prodi, Benetton, Monti, Fornero, Soros e lungo elenco di simile … “gente”), con il sostegno mediatico e piddino, però il riferimento va ai partecipanti: discorsi senza senso, dal capo-sardina a quelli che solo sono starnazzii, belati, muggiti e grugniti di intervistate e intervistati; slogan stomachevoli e untuosi come “con l’amore si costruisce, contro l’odio …” – ma amore di che? Ma odio di chi? Unica supposizione, è il loro inconscio: sanno di essere odiosi –; soli punti fermi, in “negativo”, «no» a Salvini-Lega (ma anche alla Meloni al centrodestra), accogliendo la fandonia dell’antifascismo in assenza di fascismo, in “positivo” l’abietta sottomissione all’Ue e l’apertura indiscriminata al flusso migratorio. Per il resto, «sí» al Pd (piú che al centrosinistra) e al governo Conte bis, tartagliando “ma fate le cose per bene”, e “vi stimoliamo a farlo …” – e questo ritornello….lo si è già sentito e gli esiti sono davanti agli occhi – di chi li voglia vedere. Ma tale livello di stupidità non era mai stato conseguito. E già dal nome, «sardine», che si vorrebbe umile e spiritoso, e però incisivo, e invece è semplicemente da scemi indecenti – per non dire dell’insulto permanente ai nostri partigiani, che hanno combattuto contro l’invasione nazista e il collaborazionismo fascista, oltre che per un mondo socialmente, culturalmente e politicamente oltrepassante, da parte di questi cialtroni che si dicono “partigiani del XXI secolo”: partigiani dei distruttori del nostro paese……
Si, le «sardine» sono il peggio del peggio. E però, «peggio ’un è mai morto» … Chissà che ci si deve ancora aspettare. A questo hanno portato il fallimento del governo «giallo-verde» e l’inqualificabile costruzione del governo Conte bis, basandosi biecamente su una «rappresentanza» parlamentare del tutto pregressa, e piena e assodata minoranza nel paese. Unico auspicio è uno “scatto di reni”: la ricostruzione di un movimento che ponga i “nodi” essenziali e su questi proceda, facendo anche risollevare il contesto generale dall’intollerabile stupidità in cui affonda e affoga – e viene affondato e affogato.

lunedì 10 febbraio 2020

Patrick Zaki: Giulio Regeni 2.0, Soros 100.0 ----- SULL’EGITTO L’ODIO DEGLI ANTI-ODIO PATENTATI ----- Stampa italiana d’eccellenza. Non ci restano che i social



Ve lo raccomando, come difesa dall’eccesso di presa per i glutei da parte della stampa, baby

Un nuovo Regeni: è in gioco il petrolio e la Libia



Permettetimi di raccomandarvelo: è una difesa dall'eccesso di presa per i glutei

Regeni raddoppiato
Su Giulio Regeni, dopo aver proposto ai retti e onesti tutte le notizie che media e Roberto Fico occultano e che rovesciano nel suo contrario la narrazione ufficiale (come occorrerebbe fare ogni giorno), avevo scritto una lettera aperta al presidente della Camera, oggi governista ad oltranza per amore di PD. Ma l’increscioso autore del colpo di mano che ha imposto ai parlamentari di rompere ogni relazione con il parlamento egiziano, non se n’è dato per inteso. Dando così prova della sensibilità democratica che, lo comprendiamo, con compagni di merende come PD e Italia Vivacchiante, è incompatibile. Un nuovo Regeni, l’Egitto, i media, sono l’oggetto centrale dell’odio dei nostri specialisti anti-odio e, dunque, di questo articolo. Ma partiamo da lontano.


Siamo sopravvissuti agli tsunami dell’odio rovesciatici addosso, prima, dal Giorno della Memoria e, poi, da quello del Ricordo, entrambi illustratici, come suole, con la nota correttezza dagli storici e parastorici dei vincitori. Per non farci mancare niente, hanno affiancato queste intemperie a quell’altro uragano dell’odio che ci accompagna da tempo e che riguarda gli sciagurati che, fuori da ogni discussione, si meritano l’odio degli anti-odio al potere in Occidente: Russia, Cina (oggi capolista), Siria, Iraq, Iran (sul quale si va esercitando, con particolare perizia Bilderberg, il promotore di Draghi presidente: Stefano Feltri del “Fatto”). Quanto alla Cina, oggi sottoposta a un prodromo di guerra in chiave economico-mediatica-occidentocentrica su base batteriologica, ci possiamo vantare di essere, con l’eccellenza clerico-atlantista Conte Bis, più realisti del re. Primi e, dopo giorni, ancora unici in Europa, nonostante l’OMS l’abbia ritenuto inutile, abbiamo imposto il blocco per un’epidemia influenzale che, nella sua forma in Cina (1,7 miliardi), ha ucciso quasi 800 persone e, nello stesso periodo, in quella degli USA (320 milioni), 10.000.

Ritocca all’Egitto, capofila arabo

Ma da domenica, 9 febbraio, è tornato alla ribalta un altro oggetto di sacrosanto odio, all’ennesima potenza a partire dall’insurrezione popolare che, nel 2013, ha cacciato Mohamed Morsi, il Fratello Musulmano della Sharìa per tutti, degli scioperi operai per nessuno e delle fiamme alle chiese cristiano-copte. Il reprobo di turno da anatemizzare è l’Egitto di Al Fatah al Sisi. Una nazione tornata alla laicità, all’amicizia con Mosca, di nasseriana memoria, al sostegno a una Libia in corso di riunificazione e riscatto sotto il governo di Tobruq (l’ultimo regolarmente eletto e, perciò, non riconosciuto dalla “comunità internazionale”), per mano del generale anti-Isis, Khalifa Haftar.


L’Egitto, come tutti sappiamo è, insieme a Siria, Algeria, Sudan e Libano, uno degli Stati arabi ancora non comprati, o annientati, dai colonialisti di ritorno a guida USA. Algeria, Sudan e Libano sono stati capaci, a forza di elezioni stravinte, di neutralizzare l’ennesimo tentativo colonialista di regime change alla Otpor-Soros. “Rivoluzione” affidata a manovratori di gente scontenta, strumentalizzata e spesso pagata e, in Algeria, dopo gli islamisti degli anni ’90, ai soliti berberi, quinta colonna francese fin dai tempi della liberazione.

L’Egitto, tuttavia, ha un’altra caratura. Dai tempi del liberatore Nasser, lo Stato-pilastro del panarabismo laico, strategicamente e geopoliticamente centrale per dimensioni storiche, geografichje e demografiche e ora anche per risorse energetiche, è rimasto l’unico vincitore netto della prima “Primavera Araba”, il più importante tentativo di sovvertire uno Stato sovrano in termini non militari, ma sociali e terroristici. Fallito il primo, con la sconfitta dei Fratelli Musulmani (FM), partoriti negli anni venti dalla reazione colonialista al nascente panarabismo laico e socialista, si è passati al secondo. Di nuovo con i FM, ma stavolta eminentemente in chiave terroristica, con il braccio armato jihadista dell’ISIS, impegnato in una sanguinaria guerriglia in Sinai, con le spalle coperte da Israele e con attentati contro esponenti delle istituzioni, a partire dei vertici della magistratura, che richiamano le stragi di civili e turisti, compiuti dai FM in decenni passati.

Si tratta di Libia e di Zhor
Vi annoio con un brevissimo sunto. Contro questo Egitto si scatena la canea vandeana di chi si vede sfuggire un importante pezzo del centro strategico del mondo, il Mediterraneo tracimante di petrolio e crocevia tra Est e Ovest, Nord e Sud. A punirlo per la estromissione a furor di popolo (20 milioni in piazza contro Morsi vincitore con il 17% degli aventi diritto in elezioni boicottate da tutti) del despota integralista, emerge il solito strumento dei “diritti umani”, brandito dai peggiori violatori di tali diritti. Giulio Regeni, ricercatore preso l’Università Americana del Cairo, scompare il 25 gennaio 2016 e viene ritrovato in strada, torturato a morte, il 3 febbraio.

Come con Enrico Mattei
Elementi che qualsiasi inquirente e giornalista prenderebbe in massima considerazione, ma che da noi vengono pervicacemente ignorati. Il giorno del ritrovamento di Regeni è quello in cui una missione del nostro ministero dello Sviluppo, con decine di rappresentanti delle maggiori industrie italiane, si incontra con Al Sisi per siglare contratti per miliardi, compreso quello per lo sfruttamento da parte dell’ENI di Zhor, il più grande giacimento di idrocarburi del Mediterraneo. Gas che renderà l’Egitto indipendente ed esportatore sul piano energetico e a noi fornirà approvvigionamenti certi. Non ne sono per niente contente le grandi compagnie petrolifere anglo-franco-americane. Fregate come dall’ Enrico Mattei degli accordi con l’Iran di Mossadeq. Seguiranno esiti non dissimili. L’incontro al Cairo salta.


Uno dei più attrezzati servizi segreti del mondo avrebbe fatto ritrovare un corpo da esso orrendamente mutilato, al lato di una strada principale, l’avrebbe buttato tra i piedi del suo presidente nel giorno del contrattone con il paese di cui il soggetto era cittadino. Tanto per favorire gli accordi…. Un’intelligence di cretini, tafazzisti, o Fratelli musulmani ostili al loro capo. Sciocchezze da escludere a chiunque non abbia la sciocchezza o i motivi di accusare il governo egiziano.

Cosa cercava il ricercatore italiano?
Il giovane Regeni aveva un passato da esplorare con cura. Mai fatto. La sua formazione inizia negli Stati Uniti sotto il patronaggio di ambienti dell’intelligence. Il suo lavoro prosegue nel Regno Unito al servizio di una centrale di spionaggio e commercio dati più illustre della notoria Cambridge Analytica (scandalo Facebook), la Oxford Analytica. Una potente e oscura multinazionale fondata e guidata da tre dei più illustri esponenti di un simpatico “milieu” alla marsigliese: Colin McColl, già capo dei servizi britannici, David Young, già assistente di Kissinger e John Negroponte, già ambasciatore Usa, ma soprattutto creatore degli squadroni della morte in Centroamerica e Honduras. Un aspetto trascurabile del curriculum del giovane, vero?

John Negroponte, Hillary Clinton


Al Cairo lo imbarazza un sindacalista dell’economia informale, agente della Sicurezza sotto copertura, Mohamed Abdallah, che Regeni riteneva utile a fornirgli contatti con elementi dell’opposizione. Invece l’agente lo controlla e alla fine lo inchioda con un video in cui, alla richiesta provocatoria di Abdallah di un aiuto per la madre ammalata di cancro, Regeni risponde con un diniego e poi con l’offerta di 10.000 dollari (di chi?), ma non per il caso umano, bensì per un “progetto”. Sovversivo? Il resto sono chiacchiere vane e fatti sepolti sotto il profluvio delle accuse senza base. Solo borbottio, dell’Egitto, dell’Università di Cambridge dalla quale Regeni dipendeva e anche degli inquirenti della Procura di Roma. Silenzio, ma tra enormi boatos propagandistici sull’Egitto dittatoriale, torturatore, decimatore del suo popolo. Silenzio sui danni che vanno facendo questi boatos all’Egitto turistico e geopolitico, sui favori che questi boatos vanno facendo ai concorrenti dell’Italia nei rapporti con l’Egitto. Modello Libia di Gheddafi e poi di Al Serraj. Siamo sempre stati bravi a offrire gratis vasellina a chi non ci vuole troppo bene.

Pensate, i rimbrotti riservati a Erdogan, padrino dei tagliagole in tutto il MO, sono carezze rispetto all’esecrazione di Al Sisi. Nonostante che, con disprezzo assoluto per tutti e per ogni legge, il sultano pirata s’è preso la fascia del petrolio che congiunge la Turchia alla Libia. E’ che lui, alla faccia della dabbenaggine dei russi, resta solidamente incastonato nel consorzio imperialista della Nato. E gli USA lo sanno e lasciano fare. E lo sappiamo anche noialtri, che ce lo lasciamo fare.

Ma silenzio soprattutto su due elementi che neanche il fratello scemo dell’ispettore Clouseau avrebbe ignorato. Botta all’Egitto: un cittadino del paese estero privilegiato, dai servizi egiziani rapito, ucciso e fatto ritrovare nel giorno degli accordi tra i due partner. Botta ai mandanti di un possibile provocatore smascherato e quindi bruciato e quindi da eliminare, possibilmente attribuendone la paternità al governo da provocare. Vi stupite che i rispettivi governi con le loro magistrature, presi in questo pasticcio che coinvolge alleati potentissimi, traccheggino da quattro anni e non sappiano come uscirne? Dando libero campo. con inchieste parlamentari, articoli alla stricnina, striscioni, ai Bonino, Manconi, Colombo, Fico, sindaci vari e media tutti, a una delle più feroci campagne d’odio contro un altro paese e di danno al proprio che si siano mai viste.


Lo spirito di Hillary nei media italiani
A sostegno di tutto questo c’è un terzo elemento rigorosamente occultato. Quando Amnesty (figuriamoci, sono quelli che mostrificano tutti coloro che gli Usa devono far fuori) e, al seguito, “il manifesto” e gli altri parlano di decine di migliaia catturati, spariti, uccisi, ci devono far pensare a gente come te e me e nostri parenti e amici. Mica a migliaia di jihadisti dell’ISIS messi in campo dai Fratelli Musulmani, loro storica espressione politica e ora lanciati contro l’Egitto in una vera e propria guerra pseudo-civile del terrorismo provatamente affiliato e devoto alle Potenze occidentali, che continua dalla caduta di Morsi e prosegue con l’eccidio di centinaia di civili e soldati egiziani, soprattutto nel Sinai. Terroristi in guerra contro lo Stato fatti passare per innocenti civili colpevoli di dissenso. C’è, in questo, una spudoratezza paragonabile alla sghignazzata di Hillary Clinton quando annuncia il linciaggio di Gheddafi.

Spuntano quelli di Soros
Ebbene ci risiamo. Alle celebrazioni per Regeni e agli anatemi contro il “dittatore”, ora si affianca, rilanciando quelli, una campagna altrettanto violenta per l’arresto di Patrick George Zaki, studente a Bologna, rientrato in Egitto, fermato all’aeroporto ed, entro la nottata, trasferito nella sua città natale Mansura dove gli è stato confermato un fermo di 15 giorni e dove ha potuto incontrare legali e famigliari. Vi risparmio i miei commenti. Parlano da soli i titoli che riproduco e che riproducono il solito unanimismo di regime tra giornaluccoli come i sovvenzionati “il manifesto” o il “Foglio”, in edicola in virtù di chi non li compra, alle grandi testate main stream, vanto dell’FNSI, come di Usa, UE e Nato.


Aggiungo solo, per deontologia, un dovere da rintracciare nei meandri di incunaboli antichi, che non c’è un filo di verità nelle accuse di torture, bastonate, frustate per ore con cavi elettrici, elettrochoc, riferite ai carcerieri egiziani. I legali di Zaki, studente di questioni di genere, hanno riferito: “Zaki era molto provato, abbiamo parlato del caso giudiziario e di ciò che è successo”. Punto. Che sia “provato” è comprensibile. Il resto è fuffa. Sembra quasi un comunicato ufficiale della Questura, spedito ai giornali. Ma l’hanno detto un amico, una sorella e Mohamed Lotfy, amico di Zaki e direttore di un’associazione dei diritti umani. Tutti senza aver avuto un minuto di contatto con la “vittima”.


Infine, non è forse del tutto sprecato che si sappia che, in una foto diffusa da La7, dietro al volto di Zaki appare, appeso alla parete un poster con il pugno reso indimenticabile da Otpor a Belgrado e, poi, in tutte le “rivoluzioni colorate”. Zaki è membro dell’EIPR. “Iniziativa Egiziana per i Diritti della Persona” che si occupa in prevalenza di questioni di genere e di impedimenti alle pratiche religiose per motivi di laicità dello Stato. Dalle sue pagine internet si evince una stretta relazione con “Freedom House”, uno dei Think Tank neocon impegnati, come la Cia e NED, nella sovversione in paesi disobbedienti. EIPR ne ha preso le difese quando è stata multata per aver violato il divieto di farsi finanziare da enti stranieri. Divieto che ha visto inquisite altre 13 organizzazioni per i diritti umani, in parte legate a Soros. Hassam Baghat, fondatore di EIPR, nel 2010 ha ricevuto il premio per “Attivismo Straordinario” da “Human Rights Watch”. I comunicati di EIPR sono riportati e diffusi dalla “Open Society Foundation” di George Soros.

A questo link troverete il lungo elenco delle organizzazioni sorelle che nel mondo collaborano per i “diritti umani”. Accanto a Open Society di Soros, Amnesty International, Human Rights Watch, Riockefeller Foundation, Ford Foundation, Avaaz e altri esperti castigatori di nemici dell’Occidente, chi trovate? “Egyptian Initiative for Personal Rights” (EIPR) di Patrick George Zaky. Sono sorprendenti le misure cautelari delle autorità egiziane? Sorprendono le accuse di nequizie subito sparate dai media? Ne va di Zhor, ne va della Libia, ne va di più migranti, né va di diritti umani come visti dal colonialismo. Tout se tien.

Facebook ti banna, Google ti censura, Twitter ti cancella, Instagram ti esclude. Tutto vero, tutto bruttissimo. Ma di fronte a questa stampa-tv, che il cielo ci preservi i social media!