sabato 15 agosto 2020

Con un mio intervento video alla conferenza sul 5G ----- BEPPE GRILLO, IL PROFETA DEL POSTUMANO-DISUMANO ----- Darwinismo alla rovescia: da evoluzione a involuzione

 

Con un mio intervento video alla conferenza sul 5G

BEPPE GRILLO, IL PROFETA DEL POSTUMANO-DISUMANO

Darwinismo alla rovescia: da evoluzione a involuzione


https://youtu.be/hTrYHK6aJ90  Fulvio Grimaldi sul 5G a Trevignano. Chiedo scusa per la scarsa qualità di una ripresa improvvisata.

Feriae Augusti

Scrivo questo nella giornata della Festa dell’Assunta. Quella che il popolo, nella sua memoria inconscia, ma collettiva e incancellabile, insiste a chiamare “Ferragosto”, confermando trattarsi della Feriae Augusti, quella di ben 15 giorni di vacanze, con cui l’imperatore e il popolo celebravano la fine del raccolto, in onore di Canso, dio della terra e della fertilità. Terra e fertilità sono scomparse, la vacanza è rimasta, anche se ora viene severamente redarguita e, addirittura, tamponescamente punita, per coloro che se la sono concessa, magari in Spagna, o Croazia, o Grecia, magari avviluppati con sabbia o acqua su qualche spiaggia. Dopo i vecchi, rinserrati a estinguersi in casa, ora tocca ai giovani che ancora si muovono.

Teletrasporto

Il raggiro, sulla base del quale ci si accanisce contro quando esercitiamo null’altro che il nostro diritto a vivere, si avvale del dogma, cioè dell’unico pensiero ammesso. La nuova campagna terroristica, basata sul nulla, è di una evidenza raggelante, perfino sotto la canicola agostana. In questa giornata di mezzo agosto si appaia all’altro dogma, quello della venerazione di una signora, ingravidata a insaputa sua, del legittimo partner e  di chiunque la frequentasse, risucchiata in cielo con armi a bagagli, a sfida divina della gravità. Impresa riuscita poi solo al Capitano Kirk dell’ ”Enteprise” in Star Trek.

Era il “teletrasporto” da cabina telefonica a cabina telefonica, pallida imitazione tecnologica di quanto capitato alla Madonna, quando, accompagnata da pippinai di puttini dal vago segno pedofilo, finiva, per disposizione di PioXII, in un cielo deputato a contenere, nella sua immensità, accanto a miliardi di corpi celesti, qualche milione di miliardi di esseri umani. Purchè cattolici, non peccaminosi, pentiti, o fruitori di esose indulgenze. Ci si dovrebbe chiedere come si troverebbe la povera Madonna, tutta testa ampiamente chiomata, busto, arti superiori e inferiori, apparato gastrointestinale, con le relative esigenze fisico-igieniche, tra un padreterno, un figliolo, uno spirito santo e trilioni di anime trapassate, tutte puro spirito, viventi nell’estasi dell’ineffabile, pure tutto spirito.

Grillo e la Madonna

Cosa c’entra tutto questo con l’appassionata perorazione per il 5G che Beppe Grillo, da bravo emissario dei signori del digitale, finalmente sceso in rete, denudatosi da solo a forza di orgasmi piddini, come l’imperatore della fiaba, ha espresso sul suo blog alla vigilia della festa dell’assunzione? Tanto più che, mentre il dogma di papa Pacelli celebra un corpo che, a dispetto della caducità di tutte le cose e del “polvere eravate e polvere ritornerete” se ne parte, con tanto di pelle e manti azzurri, verso i cieli e si manterrà corporalmente integro per l’eternità, lui del corpo celebra il disfacimento elettromagnetico e la resurrezione digitale.

Dogma uguale imbroglio


C’entra. Intano ci troviamo davanti a due imbrogli, uno che ha retto per due millenni a forza di governare nascita e morte e promettere eterna dannazione, o eterna salvezza; l’altro, più laico e terreno, che si ripromette di durare anche di più, governando la scelta tra dannazione della morte e salvezza del vaccino. Chi non ci stava era eretico e finiva sul rogo e nella damnatio memoriae. Chi non ci sta è negazionista, finisce alla colonna infame e nella damnatio Burionis ac mediorum.

5G, venite adoremus

E’ in questo nuovo Zeitgeist che si è tempestivamente inserito Beppe Grillo con il suo atto di fede, di amore e di servizio per il 5G, possibilmente cinese. Lo ha compiuto in perfetta contemporaneità e sintonia con la disgregazione/sputtanamento, pure da lui originariamente pensati e ora gestiti, del cucuzzaro parlamentare e, in gran parte, amministrativo, entrambi prodotti da un astuto quanto dissennato processo elettorale di ‘ndò coglio, coglio, del Movimento 5 Stelle. Ecco il grillo ignaro a cui, come racconta un acuto entomologo, Andrea Cecchi, un perfido parassita, il verme nematomorfo, innesta la sua larva. Questa ha bisogno di acqua, ma il grillo vive sulla terra. Così la larva penetra nel cervello del grillo e lo zombifica al punto da farlo precipitare nella prima acqua a disposizione, dove annega e muore. Bella metafora se pensiamo al Grillo, al Movimento, ai signori del 5G/vaccino, tipo il nematomorfo Bill Gates. Eccovi il peana al 5G.

http://www.beppegrillo.it/dite-al-treno-che-io-passo-solo-una-volta/  CTRL + clic sul link


Iniettando il suo veleno digitale, al quale possiamo anche attribuire l’apparente dissennatezza di una organizzazione tutta digitale e “antifisica” del Movimento, senza corpi ed assemblee, in uno dei due corni del fenomeno epocale in corso, il guro per niente comico di Sant’Ilario ha dato il contributo richiestogli. Che era quello di schierare i suoi followers a sostegno del virtuale, digitale e decorporizzato, come si prefigura nell’apoteosi del 5G. Velocissima, globale e cosmica connessione di quinta generazione, integrativa, sinergica e complementare all’altro corno, l’Operazione Coronavirus. Senza che qualcuno ponga sconvenienti intralci relativi a rischi sanitari, fantasiosamente denunciati da centinaia di scienziati e già subiti da milioni di persone e senza che si tiri ancora fuori l’obsoleto principio di precauzione.

La testa, il dilemma, ha due corni

Come ho cercato di spiegare nel mio intervento al convegno 5G tenutosi a Trevignano, quei due corni escono dalla stessa testa. Testa bicorne sotto alla quale si può immaginare il piede biforcuto, con il che non si fatica a riconoscerla nella sua classica iconografia. Non più anticristiano, nel senso di Lucifero, portatore di luce (ragione), ma laico, tecnologico, digitale, antiumano, nel senso di demonio, spegnitore della luce, morfologicamente un po’ diverso. 

 Il leader del Movimento 5 Stelle

 

Verso l’uomo-macchina

Credo che ormai sia chiaro a molti (certamente al 1,3 milioni di manifestanti di Berlino) come il Covid19 stia al digitale 5G e al vaccino che, secondo l’Agenda ID20-20 dei signori di Davos, dovrebbe digitalizzare 7,3 miliardi di esseri umani (e fortunato il bassotto Ernesto che, insieme ai suoi simili per ora la scampa), come al treno sta la locomotiva (nel degrado della lingua oggi “motrice”). Col Covid abbiamo imparato a farci incarcerare a casa, a comunicare, lavorare, studiare, curarci, copulare (si fa per dire) via macchine al coltan e al litio, a stare isolati, distanti e diffidenti, a coprirci quattro quinti della faccia (secondo il Dr. Fauci, nemico di Trump, anche gli occhi con gli occhialetti), a stare lontani dai figli, a far stare lontani i figli dai figli degli altri. A entrare in sintono e sincrono con la macchina, a non poter esistere senza macchina e, dunque, a diventare macchina.


Molte cose ci hanno preparato alla bisogna, prima che Grillo allestisse la cerimonia finale. A forza di automatismi ed elettronicismi, ci siamo parzialmente atrofizzati. Chi gira più la manovella del finestrino, chi digita più i numeri nella rotella del telefono, chi muove più le gambe per andare a trovare l’amico, il nonno, chi, fra poco, guida ancora una macchina, al massimo un monopattino. Pochi ancora fanno i piani per arrivare su, in casa. Non ingobbiti su degli schermi per meno di 15 minuti al giorno, i nostri giovani passeranno dalla forma Prassitele a quella Andreotti. Ci servirà solo un grande dito indice, per spingere bottoni. Finchè non basterà uno sguardo. O il pensiero.


Darwinismo testacoda

E’ darwinismo alla rovescia, ben studiato e oleato. Con l’alternativa moderna di non farci retrocedere alla bestia, ma alla macchina. Proponendosi di formare dominanti globali, la tribù di Silicon Valley non fa avvicinare i propri figli al computer e la tribù dei vaccinari (spesso coincidono e entrambe coltivano il millenarismo del Talmud) non vaccina la sua prole. Sono la razza che pensa, decide, ordina. Tu esegui, per tutto il resto hai perso coscienza, conoscenza e facoltà.

Tutto sommato, l’umanità non se l’è vista troppo bene. Faticato per decine di migliaia di anni per uscire dalle caverne a schiena dritta e fronte ampia, per capire e farsi capire non solo a grugniti, per mettere per iscritto pensieri su tavolette di argilla, per muovere se stessa e le sue cose su ruote, tutto sempre con sforzo collettivo e di collaborazione, si ritrova a iniziare, esseri soli tra soli, rintanati in case come nelle caverne, su banchi scolastici isolati e su rotelle. Con il peggio che verrà dopo.

Tribù o impero

Qualche migliaio di anni come tribù autorganizzata e autodeterminata. Struttura orizzontale. Poi regni, imperi, satrapie, troni. Verticalissimi, appuntiti. Tutti inevitabilmente costruiti e retti su un impasto di sangue versato e di ossa spezzate. Il richiamo della tribù riusciva a volte a spezzare l’incanto e, dopo mezzo millennio, ci furono da noi i liberi Comuni e, dopo altri secoli, qualche repubblica e, quanto meno, la libertà del pensiero e della creazione. Raggiunse l’apice il pensiero tribale, poi nazionale, che i globalisti, che ne sono terrorizzati, ovviamente diffamano quanto possono, nei due secoli precedenti al nostro, tanto da riuscire ad arginare, almeno in Europa, i nuovi totalitarismi.

Oggi ci risiamo, l’eterna lotta tra i pochi disumani e i tanti umani da rendere subumani, o, come si dice meno bene, transumani, ci impone nuovi sovrani assoluti e sanguinari. Quelli del vaccino per l’ingegneria genetica, quelli del digitale, per l’ingegneria psicofisica. Con il 5G che, perfezionando il lavoro di WI-FI, 3G, 4G, completa la nostra distruzione biologica e il nostro annientamento cerebrale.

 

 

Non è detta l’ultima parola. Lo smascheramento di questi complottisti è iniziato. Leonardo da Vinci ci ricordava, contro tutte le baggianate catechesiche, che l’anima risiede nel cervello. E il cervello e il re del corpo.  Non c’è dubbio che sia così. Tanto è vero che i monoteismi non hanno mai cessato di prendersela con i corpi e con la loro congiunzione. Oggi, infettando e manipolando il cervello, rimuovendo dalla scena il corpo, anzi rendendolo un pericolo per sé e per gli altri, questi puntano alla nostra anima. Proprio come quegli altri spuntati duemila anni fa. Si tratta, ancora una volta, di difendere, col corpo, l’anima. E viceversa.

martedì 11 agosto 2020

BEIRUT COME BELGRADO, KIEV, TEHRAN, BENGASI, DAMASCO…. , MINSK COME CARACAS, ROMA COME ALLORA. ANZI PEGGIO

 


I “comunisti” neocon del Terzo Millennio e i loro “rivoluzionari”

In prima pagina, con esaltata gigantografia, titolo e occhiello che un giornale, con la tracotanza di chiamarsi “quotidiano comunista”, dovrebbe dedicare all’ottobre 1917 di Leningrado, al luglio 1789 di Parigi, al gennaio 1959 dell’Avana. E, invece, confermandosi organetto dei neocon globali, sussidiato da pubblicità turbocapitaliste e, indecentemente, da cittadini ignari depredati per questo scopo dallo Stato, celebra in tal modo il contrario di quanto chiedevano le lotte di massa in quegli eventi emancipatori.

Le rivolte in cui il giornale, peggio mimetizzato da indipendente, o di sinistra, si riconosce sono altre. Tutte di destra estrema. Quelle i cui fili dipartono dalla Vedova Nera, il mostro letale che fa tessere la sua tela a Langley, Wall Street, Pentagono, Bilderberg, Davos. Parliamo dei “rivoluzionari libici”, così omaggiati da Rossana Rossanda, dei vari “colorati” alla Otpor, dei “ribelli democratici” di Hong Kong o Portland, di “Black Lives Matter”, Me TooI e affini. E, si parva licet, delle nostrane Sardine, anch’esse fasulle e dunque di vita brevissima, rispetto a quella dei nobili pesci di cui avevano usurpato il nome.

Il modo più facile per riconoscerli è l’uniformità degli slogan, l’attrezzatura logistica omogenea e immediata, la violenza estrema e indistinta nella ricerca del caos, lo sfruttamento di rivendicazioni popolari mutate, su ordine della Cupola, in regime change attraverso il depistaggio su obiettivi che i militari chiamano “falsi scopi”. Immancabili il plauso unanime di tutta la propaganda finto-giornalistica del globalismo, il finanziamento da centrali occulte, ma per niente oscure, tipo Open Society di Soros, Fondazione Ford, Fondazione Rockefeller, National Endowment for Democracy e tante altre.

Si ripete anche il modello della sinergia: attentati-manifestazioni violente, fatte passare per pacifiche e dove la sola violenza è quella della polizia che difende governi sgraditi. E lo sforzo di stornare attenzione e riprovazione dal vero responsabile (perlopiù lo stesso che detta questa strategia) a quello preordinato e da abbattere.


Infatti il “falso scopo”, il governo di Hassan Diab, non esattamente un apparato da “Città del Sole”, ma neanche il responsabile della catastrofe, si è dimesso. Si arriverà ad elezioni che produrranno risultati sgraditi alla teppa di Soros e una nuova affermazione di Hezbollah. Per cui ci sarà la rivolta dei “brogli”, con dietro ovviamente tutto il servitorame della stampa occidentale. Intanto Israele, elefante nella stanza che nessuno vede, è uscito di scena. Sparite tre invasioni sanguinarie, attentati a gogò, bombardamenti, quotidiane violazioni della sovranità, provocazioni, eccidi, sabotaggi, Sabra e Shatila, le infami armi proibite, le mine anti-bambini….

In assenza di guerre, "pacifisti" colorati e armati


Da Belgrado a Maidan, da Tegucigalpa in Honduras a Deraa in Siria, a Bengasi, a Tehran a Beirut la tecnica si ripete pedissequamente. Prima una grossa provocazione fatta passare per giusta reazione alle malefatte del “regime”, che ponga in fibrillazione e apprensione l’intero paese. Poi, a rinforzo, manifestazioni “popolari” da tempo preparate, armate, rifornite e circondate dal sostegno di media e governi occidentali.

La Serbia messa in ginocchio dalle bombe Nato (e del sinistro D’Alema, invocate dall’ecologo Alex Langer e dall’editorialista del “Foglio”, Adriano Sofri) e, subito, i violenti tumulti di Otpor, specialisti addestrati da generali della CIA. In Honduras golpe militare con morti e feriti, ordinato da Hillary e Obama, e successiva jacquerie di bande di marginali guidati da un dirigente del Mossad. A Bengasi assalti di sicari islamisti armati a stazioni di polizia, aeroporti, caserme, bombe francesi e poi Nato e mercenariato terrorista in arrivo da Qatar, Tunisi, Colombia, che da Bengasi muove verso Tripoli. Così a Deraa, cecchini infiltrati in cortei di protesta pacifica che sparano ai manifestanti come ai poliziotti, risposta molto contenuta del governo e, subito, bombe e tagliagole da mezzo mondo fatti passare per “ribelli”. E se non si può innescare l’operazione con le bombe, si applicano sanzioni mostruose che provocano devastazioni sociali, da imputare al governo contro cui scatenare le turbe “pacifiche”.

Il cocktail servito al bar della Vedova Nera: bombe, sanzioni, terrorismo, manifestazioni per la democrazia


A Beirut, ripetuti tentativi dell’Occidente, dei sauditi e di Israele di mandare il paese, segmento importante dell’Arco della Resistenza (non solo scita), a gambe all’aria con mariuoli e spie infiltrati in tutti i gangli dello Stato, governanti corrotti lapidatori delle grandi ricchezze del paese (tipo i due “sauditi” Hariri) e, soprattutto, un’invasione israeliana dopo l’altra, attentati di indubbia matrice finalizzati alla stessa destabilizzazione. Infine, l’apocalisse del 4 agosto e successiva ripresa dei tumulti dei soliti noti, comandati dalle solite centrali. Obiettivo, non la riunione di tutte le forze sane e patriottiche del paese a contrastare la cospirazione dalla chiara paternità del perenne carnefice, ma un governo responsabile di non aver sorvegliato 3000 tonnellate di nitrato d’ammonio e di aver così favorito l’immane esplosione del deposito.

Deposito diventato, è ovvio, arsenale di armi Hezbollah, come denunciato tra il 2018 e l’altro giorno, dall’indefettibile Netaniahu. Un governo da annientare e, con esso, ogni presenza politica ed armata di Hezbollah e, quindi, della sua efficacissima rete assistenziale che, finora, aveva risparmiato al paese milioni di morti di fame. Non per nulla a Macron i tumultuanti hanno chiesto di riprendere il controllo del paese. Proprio come a Hong Kong il ribellismo è tutto in nome di un ritorno del colonialismo britannico e, ora, anche yankee.

Libano non solo: nitrato d’ammonio contro Siria, Iraq, Iran

Non c’è “manifesto”, o altra velina atlanto-sionista, che sottolinei l’imbecillità dell’idea che Hezbollah, massima forza di difesa dei popoli dell’area, collochi i suoi armamenti in un porto, oltre tutto pieno di esplosivo chimico, oltre tutto sotto controllo totale dell’ultradestra armata cristiano-israelo-maronita dei Gemayel e Geagea. Né rilevano il fatto accertato che a questo governo, con un presidente cristiano, ma patriota e ministri e robusta presenza parlamentare di Hezbollah, i controllori del più grande porto di Tripoli abbiano occultato l’esistenza di quel nitrato d’ammonio. Forse anche perché arrivano prove di come esso fosse usato per gli ordigni confezionati dai mercenari antisiriani e antilibici e per i recenti ripetuti attentati a installazioni industriali e commerciali in Iran. Tutto si tiene.

 

Il ritorno della “Grandeur”

Emmanuel Macron, con un governo francese che, come per la Libia bombardata da Sarkozy, dal Sahel al Medioriente si fa mosca cocchiera del revanscismo colonialista, è riuscito a presentarsi come salvatore del paese (naturalmente dagli Hezbollah), raggranellando ben 230 miserabili milioni di dollari di aiuti. Con i quali conta di ricomprarsi il Libano, uno dei nodi strategici del Medioriente. Elemosina schifosa, con schiaffone in faccia a una nazione che la sua parte ha offeso, umiliato e distrutto centro volte in cent’anni. Dal canto suo i benefattori del FMI hanno condizionato i loro 11 miliardi di prestito all’eliminazione di ogni traccia di Hezbollah e alla svendita, per ripagare il debito, dei vastissimi beni del paese, a partire dal suo immenso patrimonio immobiliare, dalle banche alle società dei servizi, dai porti e aeroporti. E soprattutto che si obliteri l’idea che il Libano possa costituire il principale passaggio dall’Est all’Ovest della vituperata e temutissima Via della Seta cinese.

Elemosina agli sguatteri, aiuti agli umani

Su un piano un po’ diverso si collocano i tre grandi aerei da trasporto russi, carichi di soccorsi, atterrati a Beirut a poche ore dall’attentato. Cina e Iran preparano grandi investimenti per rimettere in piedi le infrastrutture, con i cinesi impegnati meglio di altri, nei porti. Lo stesso Iran e la Siria, nonostante rimanga squartata e incendiata, sono in primissima fila negli aiuti, con Tehran che ha allestito un ospedale da campo e macchinari e la Siria che, nonostante gli Usa continuino a bruciarli i campi di grano, fa arrivare generi alimentari. Tanto più urgenti dopo che l’attentato ha distrutto i silos che contenevano le riserve di granaglie. Ne avete sentito parlare dai vostri media?

Bielorussia, chi vince è un dittatore

 
 
   

Sulla terza vittoria di seguito del presidente Bielorusso Aleksandr Lukashenko, con l’80% dei voti contro i 6 virgola qualcosa dell’avversaria Svetlana Tikhanovskaja (una Carneade il cui unico merito era di essere la moglie di un candidato finito in prigione per corruzione, naturalmente un “martire” per l’Occidente), c’è poco da dire. I dittatori del pensiero unico, distruttori del mondo a forza di guerre, sanzioni, fame ed epidemie, coloro che ingabbiano i loro e altrui popoli in una Vergine di Norimberga fatta di menzogne e condizionamento fisico-mentale, quando vince uno fuori dall’ordine da loro costituito o programmato, vince con i brogli ed è un dittatore. E le proteste che subito vengono innescate e magnificate sono quelle dei democratici. Come nel Venezuela quando Guaidò ci provò con Maduro, o las Damas de Blanco, fidanzate dei fasciomafiosi di Miami, contro Fidel.

Lukashenko, come Vucic di Serbia, ha l’imperdonabile colpa di governare un paese che, situato, come Ucraina, i Baltici, i Balcanici, addosso alla Russia, diversamente dagli altri va per conto suo (anche rispetto a una gelosissima Russia) e non marcia sotto le insegne a stelle e strisce. Anzi non pratica nemmeno il turbocapitalismo neoliberista e, crimine assoluto, non ha seguito le procedure da Coronavirus, finendo meglio in termini di contagi e decessi, a dispetto di niente lockdown, campionato di calcio con pubblico e parata nazionale con folla. Salvando così l’economia dei suoi piccoli e medi e non finendo con l’affamare il popolo. Quelli che all’umanità danno esempi del genere (vedi Nicaragua, Svezia, tanti paesi africani, Giappone più o meno) fanno uscire dai gangheri la Vedova Nera. Da cui le livide scempiaggini che vi arrivano dai nostri schermi e giornali. Come dall’impeccabile democratico Ignazio La Russa.


 Italia peggio di allora


Non fosse che poi le cazzate le paghiamo sulla nostra pelle, ci sarebbe da farsi prendere da crampi spasmodici di riso a seguire le imprese del nostro regimetto. Pare un istrice con gli aculei puntati in tutte le direzioni. Vittima, insieme a tutta la confraternita del buon vaccino, di una tranvata come quella, a Berlino, del milione degli anti-pandemia di balle (si ripete il 29 agosto!), ha reagito da vipera pestata sulla coda. Ritorsione al veleno sono i nuovi picchi di contagi, di positivi (gente che non ha niente, ma viene dichiarata malata dal tampone) e di morti (tuttora negati all’autopsia e onni-includenti). E ovviamente non c’è niente da temere dei cari migranti che arrivano come cavallette, chi con Covid, chi indirizzato alla mafia nigeriana e che il manifesto vuole disseminati sul territorio anzichè concentrati nei lazzaretti-bomba galleggianti.

La colpa è tutta di quegli scapestrati che si sono permessi una vacanza a Monaco, o in Istria. La colpa è dei giovani, meno vittime dell’ipnosi di massa diffusa dai gas propagandistici e che perciò si riuniscono al mare, o in piazza. Vivono, come ne hanno diritto. E’ dunque occorre abbassare di colpo l’età media dei contagiati, dei positivi, qualunque cosa queste due parole false e bugiarde significhino.  Ormai solo i boccaloni masochisti ci credono, e il picco rischia di essere quello della gente che ha capito come contagiati, positivi e decessi si producano inclinando di qua o di là il pallottoliere dei tecno-scienziati, a seconda se le persone siano sufficientemente spaventate, o si danno alla presa di  coscienza.

Modello Italia

Ma il buffo, o, se volete, lo scandalo sta nel come nei confronti degli sparapanzane nominatisi esperti, lo sparamanette al governo rivendichi il primato delle fandonie e i suoi lustrascarpe mediatici ce lo assecondino. Così quando i titani della scienza chiedono la zona rossa per due centri lombardi stroncati da guai cardiorespiratori, innescati dalla camera a gas in cui sono stati ridotti a vivere dallo “sviluppo”, il tirannello leguleo traccheggia, misurando i pro e contro rispetto ai competitors lombardi e all’opinione pubblica. Poi, come nel caso dei trafficanti di presunti naufraghi di Open Arms, per cui se l’è cavata con grande eleganza morale scaricando il “sequestro” sul solo Salvini, piagnucola che non glie l’avevano detto. Credibile e nobile, in entrambi i casi, quanto Sciaboletta quando separa il suo destino da quello del Duce. Sono mediocri, ma sanno essere feroci, certi aspiranti caudilli.

 

Cos’è che gridava l’astuto Bracardi?

Infinitamente sospetto di complotto contro tutti noi, già solo per aver secretato gli atti che hanno sconvolto e, perlopiù, rovinato la vita degli italiani da zero a cent’anni, solo per obbedire a chi ci ritiene tutti obsoleti e ridondanti, quest’omino in preda alla sindrome di Caligola, senza averne le qualità, ha poi disatteso il minimo di credibilità attribuibile al Comitato tecnico-scientifico. Quando questo suggerì di limitare la reclusione alle tre regioni infette, travalicando quel minimo di oculatezza scientifica, chiuse in casa e perseguitò per strada 60 milioni di italiani, fin nelle regioni dove il Covid non s’era neanche affacciato al cancello. Il motivo essendo – e qui da ridere c’è davvero poco – non l’epidemia e la protezione da essa, bensì una prova generale di ingegneria sociale destinata a ridurre i cittadini in sudditi, reclusi, se del caso e puniti, annullati in quanto faccia e persona, peggio, molto peggio del grezzo fascismo. Proprio come previsto per tutti dalla Vedova Nera. Ingegneria sociale inghirlandata da bonus a tutto spiano, compreso quello che assegnava 600 euro, poi 1000 alle partite Iva in difficoltà.

Solo che questi, non si sa se più ruffiani o pasticcioni, a tale bonus non hanno fissato un tetto. E così se lo sono fregati cinque parlamentari e 2000 amministratori sul territorio. Degna classe dirigente, degna di degno premier. E’ il “Modello Italia”, bellezza

“In galeeera!”

Allora, con la scusa di salvarci dal nazifascismo, ci misero in mano a quelli della trasumanza nel biotecnofascismo, la cui preparazione fu affidata a mafie, Vaticano, Gladio, governanti arruolati da costoro. Il che dovrebbe portare Pippo Conte e un sacco di gente  sotto processo e noi al Manzoni dell’Adelchi, un genio più veggente di Tiresia.

Roma:Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha…


Passa la voglia di ridere anche ascoltando che allo Spallanzani, nella fregola di arrivare primi col vaccino, danno 700 euro al “volontario (diciamo pure morto di fame) che rischia la ghirba accettando di sottoporsi alla sperimentazione del vaccino. E’ dichiarato impunemente “genetico” e sperimentato solo in vitro e sui disgraziatissimi animali, detti altamente rassicuranti per quanto diversissimi dall’uomo. Genetico vuol dire che riguarda la mappatura genomica, quella che produce profili genetici. Il vaccino genetico li può modificare. E così avremo finalmente l’”uomo nuovo”. Quello che era quasi riuscito al Talidomide della farmaceutica tedesca Chemie Gruenenthal, con i suoi neonati focomelici e privi degli arti. Peccato che venisse ritirato dal commercio nel 1961.

L’Adelchi continua così:

Domani, al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto troncò.
Che regnano insieme, che sparton le prede,
Si stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò.


Sono 75 anni da quando Gli Usa scagliarono sul Giappone le bombe atomiche. Centinaia di migliaia di morti, allora e nei decenni. Solo per ridurre alla sottomissione l’URSS.  Poi 75 anni di aggressioni ininterrotte. Un’ecatombe che ha reso modeste tutte le precedenti  Credete davvero che si possa mai e poi mai, nei secoli dei secoli, dar retta a una sola parola, a un solo gesto, a una sola azione, a una sola indicazione di uno Stato capace di questo? E dei suoi corifei?

sabato 8 agosto 2020

Basta riavvolgere il filo ----- BEIRUT: CHI, COSA, DOVE, QUANDO, PERCHE’ ----- Mia intervista a caldo a Byoblu e riflessioni successive

 

 

“La fiducia dell’innocente è lo strumento più utile al bugiardo(Stephen King)

https://www.youtube.com/watch?v=JTNC2hmR_BM  

Disinformare evitando il contesto

Intervista fattami da Edoardo Gagliardi di Byoblu (aprire con CTRL e clic sul link), a poche ore dalle due esplosioni che il 4 agosto hanno distrutto il porto di Beirut, ucciso circa 150 persone, ferito altre 5000 e devastato gran parte della capitale libanese. Qui si tratta di un primo giro d’orizzonte lungo le domande che, codificate un tempo dalla stampa anglosassone, un qualsiasi cronista dovrebbe porsi. Le risposte dovrebbero inserire il fatto con le sue coordinate nel suo contesto ambientale, politico, geopolitico, temporale, storico. Un’abitudine da lungo tempo persa, o piuttosto abbandonata, dalla stragrande maggioranza della stampa nazionale e occidentale, che, in omaggio agli interessi dei suoi editori e referenti politico-economici, preferisce fornire le risposte da costoro richieste. Avendo attraversato più di mezzo secolo di pratica giornalista per un notevole numero di testate stampa, radio e televisive, sono testimone di questo trapasso.

Libano, la preda negata


E ho potuto anche essere testimone di ciò che è culminato ora a Beirut: una storia dei popoli arabi che, liberatisi dal gioco coloniale europeo, da quel momento subiscono la ritorsione, via via più feroce e letale, degli ex-colonialisti, dei quali hanno preso la guida due nuove presenze innestate in Medioriente, Usa e Israele. A Beirut sono arrivato la prima volta venendo dalla Palestina della guerra dei Sei Giorni, trovando un paese florido, culturalmente vivacissimo, risparmiato dall’aggressione israeliana, in cui 500mila profughi palestinesi, un’intellettualità progressista dalla ricca pubblicistica, strati popolari resi coscienti dal contesto antimperialista, tenevano testa a una cricca interconfessionale di corrotti speculatori e alle bande terroristiche, sostenute da Francia, Usa e Israele, della comunità cristiano-maronita.

Media dei gatekeeper: guardare dall’altra parte

Poi ho percorso il paese tante volte. Nella guerra civile 1975-1990, come inviato di “The Middle East” alle varie invasioni israeliane, insieme a Stefano Chiarini, il grande giornalista del “manifesto”, in perenne conflitto con la linea ambigua di quel giornale, a testimoniare l’orrore di Sabra e Shatila e raccontare la nuova resistenza di Hezbollah. Inviato di guerra nel 2006, nella Beirut rasa al suolo dai missili e dalle bombe di Israele e tra le file dei combattenti Hezbollah, quando per la seconda volta, l’invasore fu battuto e dovette ritirarsi dal paese, sconfitto da una guerriglia di contadini. Rievoco questo, per offrire al lettore una base di competenza. Quella che nella superficialità, tendenziosità, manipolazione, decontestualizzazione dei servizi su Beirut dei giornalisti italiani è rigorosamente, ostinatamente assente e la si cercherebbe invano tra le allusioni, accuse, accostamenti nei quali vengono fatte svolazzare riferimenti a Hezbollah (organizzazione terroristica per gli USA), Siria, Iran e all’inetto, e perciò correo, governo libanese che non avrebbe custodito adeguatamente il deposito di nitrato d’ammonio al porto. Tutto, per non vedere l’impronta, l’interesse e l’obiettivo dell’immancabile sospetto numero uno. Quello che nasconde la mano, ma non il compiacimento. Quello di sempre.

Subito un Pietro Valpreda

Trump ha immediatamente parlato di attentato per le due esplosioni di Beirut. Il Pentagono, sostenuto da tutta la conventicola del Deep State e, come è fisiologico nell’era del neoliberismo globalizzato, da quasi tutta la stampa europea, ha insistito sull’incidente determinato dalla trascuratezza dei governanti libanesi. Un video inconfutabile illustra la presenza di un drone nei cieli sopra il porto prima degli scoppi. Tecnici degli esplosivi, sulla base della forma a fungo della seconda, più potente, esplosione, e della coloratura dei fumi sprigionatisi, parlano di ordigno termonucleare, di mini-atomica, quanto meno di missile caricato a uranio impoverito. L’ambasciata canadese fa circolare sui social questo messaggio, poi rapidamente rimosso: “Si tratta di una bomba all’uranio impoverito (il rosso dei fumi). Dite a tutti i vostri cari di allontanarsi e di non inalare. Muovetevi in direzione opposta a quella del vento”.

Analogo l’invito sui social subito partito dal Centro Medico dell’Università Americana di Beirut: “Tutti in Libano rimangano in casa… Dall’aspetto delle fiamme, l’esplosione risulta da esplosivo a base di acido. PER FAVORE RIMANETE CHIUSI IN CASA”.

Resta da chiedersi chi, nell’area, dispone di armi di tal fatta e, magari, ne ha già fatto uso? Chi è il massimo specialista mondiale di attentati terroristici, bombardamenti a piacere (suo), minacce di obliterazione? Basta porla la domanda e la risposta scatta come la molla di una trappola per topi.

A chi conviene

Quasi sempre il cui prodest indica la strada da percorrere per arrivare alle responsabilità. Come nel caso delle Torri Gemelle, della finta battaglia nel Golfo del Tonchino, dell’incendio nazista del Reichstag, di Piazza Fontana, o del capolavoro P2-Servizi a Bologna. Né il Libano, né le sue forze di difesa, popolari o governative, hanno mai attaccato nessun altro paese, tanto meno i suoi aggressori. Semmai si sono difesi, o hanno rivendicato propri territori. Discorso che vale per altri paesi martirizzati o demonizzati: Libia, Siria, Iran, Egitto, Algeria, i paesi del Sahel, Russia, Cina… Tutte le aggressioni dal dopoguerra ad oggi sono dell’Impero, delle sue succursali e dei suoi sicari. Terrorismo compreso.

40 anni di attacchi israeliani

Negli ultimi 40 anni Israele ha invaso il Libano nel 1980 (la strage di Sharon a Sabra e Shatila è del 1982), nel 1992 e di nuovo nel 2006. In tutti i casi lo Stato ebraico è stato sconfitto da Hezbollah, formazione patriottica a maggioranza scita appoggiata dall’Iran, non senza che prima avesse raso al suolo Beirut con bombardamenti a tappeto, disseminato il Sud Libano di mine che continuano a uccidere e a mutilare bambini e contadini, utilizzato armi proibite, chimiche, che lacerano e fanno incancrenire gli organi interni dei colpiti (lo evidenzia il mio documentario su quella guerra, Delitto e Castigo”, terzo di quelli in cui ho unito i destini di Libano e Palestina, dopo Patria Palestina” e Fino all’ultima kefiah”). Tutto nell’assenza assoluta di reazioni da parte della “comunità internazionale” e dei suoi organi di garanzia e nella completa indifferenza della cosiddetta Missione di Protezione, Unifil, di cui tanto vanto si mena da noi e di cui non si capisce perché sia installata nel paese più volte aggredito e non in quello aggressore.

Beirut 2006, colpita dai bombardamenti

Il rinforzo dei “colorati” all’attentato

Hezbollah, la meglio organizzata e più numerosa organizzazione civile e militare, è stata in tutti questi anni il presidio della libertà, indipendenza e integrità libanesi, come lo è con i suoi combattenti per quelle di Siria e Iraq. Per annientare questo semisecolare e finora insuperabile scoglio sulla via del Nuovo Medioriente, intento perseguito fin dagli anni 60 e mirante alla frammentazione dei maggiori Stati arabi lungo linee etniche e confessionali, si è tentato di tutto. Rivoluzioni colorate fomentate dalle élite maronite filo-francesi e sostenute da Israele, sia agli inizi del millennio, sia recentemente e addirittura riprese adesso, in funzione di depistaggio dal carnefice alla vittima, quando ancora i fumi delle esplosioni non si erano dissipate Riappare, come in tutti i casi analoghi, il pugno sorosiano di Otpor.

 “Colorati” a Beirut

Manifestanti violenti, subito riattivati, che provano a invadere il parlamento per proiettare al mondo l’immagine di una responsabilità interna libanese, di governo e parlamento, nei quali si deve intravvedere la figura prominente di Hezbollah. Ovviamente i media italioti, PR dell’atlantosionismo, innescano la quarta, mentre la quinta è come sempre appannaggio della mosca-cocchiera del “Deep State, “il manifesto”

Le motivazioni: la corruzione della classe politica (effettivamente imputabile a tutti, ma non ai parlamentari e governanti Hezbollah), lo sfascio economico, la crisi sociale. Espressione massima del tasso criminale di quell’istituzione sovranazionale finanziaria che è il FMI, era stato il ricatto allo Stato sovrano libanese per cui, o si sarebbe liberato con tutti i mezzi (!) di Hezbollah, forza politica democraticamente eletta e da decenni partecipe del governo, o gli 11 miliardi di dollari di prestito se li sarebbe sognati. Sono i propositi di chi ha tagliato la giugulare alla Grecia.

Beirut, il colore dell'uranio impoverito

Un collasso nazionale perseguito da “fuori”

Tutto questo viene, dai “colorati”, imputato al governo, insieme all’esplosione del deposito di nitrati d’ammonio, immagazzinati dal 2013, provenienti da una nave sequestrata e abbandonata dal suo armatore, un russo di Cipro, sul quale imbastiscono ora miserevoli speculazioni i nostrani invasati di Russiagate. La crisi libanese viene da lontano e, senza negare responsabilità di una classe dirigente certamente inadeguata, ha ben altri responsabili. 15 anni di sanguinosa guerra civile, innescata dall’alleanza in fieri tra Israele e i satrapi del Golfo, tra destre maronite e sinistre popolari patriottiche e palestinesi che ha minato alla base lo sviluppo e la stabilità del paese. Poi, sotto il Primo Ministro Rafik Hariri, voluto dai sauditi (come poi suo figlio e successore Saad), una ricostruzione all’insegna della speculazione/devastazione immobiliare che ha cancellato il patrimonio storico di Beirut, ha cementificato e inquinato, fatto di Hariri il quarto uomo più ricco del mondo, indebitato il paese oltre ogni limite e impoverito ulteriormente le masse popolari del Sud.

Come non bastasse, agitazioni sociali promosse dai ceti privilegiati, l’invasione israeliana del 2006 e la distruzione del centro delle maggiori città e di gran parte delle infrastrutture del paese a forza di bombardamenti. A mantenere il paese sotto pressione, ricatto, terrore, come a dimostrare il proprio rispetto per il diritto internazionale, aerei israeliani penetrano quotidianamente nello spazio aereo libanese, minacciando di ripetere le stragi del 2006 e quegli orrori che, con analoga frequenza, infliggono alle popolazioni della Siria.

Il precedente di Hariri, per eliminare il protettore siriano

Episodio centrale di un nuovo tentativo di destabilizzazione, nel 2005 Rafiq Hariri, uomo dei sauditi, salta per aria sul lungomare di Beirut grazie a un attentato di alta tecnologia che lascia un cratere di 10 metri x tre, fa a pezzi lui e altre 20 persone. Il postribolo mediatico atlantico-sionista punta il dito sulla Siria. La pressione è tale, che Damasco decide di abbandonare il paese, del quale fin lì era stato il garante militare contro le aggressioni interne (Falange maronita) ed esterne (Israele). Cui prodest? Svanita, per lampante inconsistenza, la pista siriana, ci si accontenta di Hezbollah. Un Tribunale Speciale sul Libano viene prontamente costituito all’Aja sul modello di quello, di esaltante integrità giuridica, sulla Jugoslavia, dai verdetti preordinati da Washington, tutti contro i serbi e che, trovatolo incolpevole, ha lasciato morire in carcere, per rifiuto di cure, il presidente patriota serbo Slobodan Milosevic. Naturalmente nessuno all’Aja, e neanche nei nostri media, prenderà in considerazione l’unico dato di prova emerso: Il video registrato da Hezbollah che riprende i mezzi della sorveglianza aerea israeliana sul luogo dell’attentato nel suo preciso attuarsi e una registrazione audio israeliana che illustra il percorso del corteo di Hariri prima che stesse per compiersi.

Le coincidenze funzionano sempre e, così, la nostra premurosa stampa, riempite le testate di riferimenti a Siria, Iran e Hezbollah, si accorge che, guarda un po’, l’esplosione su cui vien fatto aleggiare il sospetto scita, accade proprio a pochi giorni (18 agosto) dalla sentenza che i lealissimi giudici dell’Aja pronunceranno a carico di 4 ragazzi Hezbollah (in absentia) accusati allo scopo.

Netaniahu annuncia l’operazione

 Il 27 settembre del 2018 il primo ministro Benjamin Netaniahu illustra all’assemblea generale dell’ONU, con tanto di cartina del'aeroporto di Beirut, la zona in cui gli Hezbollah stoccherebbero le armi. Siccome la stessa affermazione l'ha fatta a proposito del deposito di nitrato d'ammonio al porto, evidentemente intendeva anche quello come bersaglio. Dice che lì sono depositati i missili di Hezbollah, attribuendo a questi protagonisti delle istituzioni libanesi la criminale demenza di collocare un rischio apocalittico ai piedi delle sedi in cui opera e tra la gente che ne costituisce la base sociale. Il baro israeliano ribadisce la stessa credibilità  di quando, sempre all’ONU, esibì un ridicolo disegno della “bomba” iraniana, ormai pronta. Lui, che di ordigni nucleari ne ha 400 e che, insieme agli altri caporioni dello Stato sionista, ha ripetutamente promesso la distruzione definitiva, sia di tutto l’Iran, sia delle infrastrutture del Libano.

Il premier incriminato per una serie di delitti e che ha un evidente bisogno di riscattare la sua figura di corrotto maneggione, prepara il grande diversivo? Trump lo sa quando pronuncia la parola “attentato”? Il Pentagono e l’Intelligence lo occultano quando smentiscono?

Contro lo scoglio Hezbollah un classico: bombe e fame

Militante Hezbollah

E’ davvero umiliante, alla luce abbagliante delle evidenze, dover ribadire al cialtroname mediatico l’elementare logica per cui nessuno fa saltare la poltrona su cui siede, né favorisce il nemico dichiarato, collocandosi da solo alla colonna infame con sotto le chiappe una bomba fine del mondo. Hezbollah trae la sua forza dalla difesa del paese, dalle vittorie sull’aggressore e dalla vasta rete di assistenza sociale che, in assenza dello Stato, fa sopravvivere nella crisi, anche da Covid, decine di migliaia di poveri libanesi e profughi palestinesi e siriani. I rifornimenti dal porto, unico vero sbocco verso l’esterno, di importazioni e aiuti alimentari sostenevano questa rete e impedivano una carestia dalle proporzioni inimmaginabili. Ora il porto non c’è più e, alle sue spalle, l’infrastruttura logistica di magazzini, carico e scarico, percorsi e mezzi di distribuzione, è polverizzata.

Mentre Pompeo, Macron, Johnson, versano lacrime e promesse di “non vi lasceremo soli” (tipo Mattarella, Renzi, Gentiloni, Conte, dopo il terremoto), qualcuno i libanesi, dopo gli attentati, le carneficine belliche, i sabotaggi colorati, ma anche le sconfitte subite sul campo come “esercito più potente e morale del mondo”, pensa di prenderli per fame. E’ dura con la Siria, l’Iraq, la Libia, l’Egitto, l’Iran. Si riparta dall’anello più debole. E da colui che conta sui suoi cittadini perché, preda del solito delirio di guerra, fermino i giudici che lo vogliono sbattere in galera.

Tornando al “contesto”, concetto familiare ai nostri amanuensi incaricati di vergare incunaboli da fregamondo quanto lo sono le onoranze funebri a sciacalli e avvoltoi, sono tanti i fili che vanno tirati per ricostruire la ragnatela. Come ci ha insegnato la più grande delle insegnanti italiane, Maria Montessori: vedere i dettagli, scoprire le connessioni.  Inevitabilmente si arriverà al centro, alla Vedova Nera che tesse i fili. Delle guerre, delle depredazioni, dello sradicamento e sballottamento di popoli, del globalismo, della depopolazione, del terrorismo, perfino del Covid.