martedì 8 aprile 2025

FULVIO Grimaldi per L’Antidiplomatico---- Che fare di Palestina e Siria? FRATELLANZE E DISCORDANZE ISRAELO-MUSULMANE

 

 

Per la Palestina, Gaza e Cisgiordania, Trump ha annunciato l’inferno. Il governante che col capo di quella struttura a gironi danteschi potrebbe benissimo gareggiare per il primato delle atrocità, quell’inferno lo va praticando da 19 mesi. Se non da anni, se non da 8 decenni.

Negli ultimi 10 giorni di marzo, violato, come è suo costume storico, ogni accordo di tregua, di cessate il fuoco, di transazione, con stermini in Libano, Siria, Cisgiordania, 1000 assassinati nella sola Gaza, di cui 322 bambini, di cui si sa quanto siano privilegiati dai cecchini dello Stato infanticida. 15 medici, infermieri, operatori umanitari in manifesta attività di soccorso uccisi a freddo, gettati in una fossa comune. 209 giornalisti uccisi, spesso assieme a moglie, figli, tutta la famiglia.

Nel calcolo di “Lancet” 150.000 vittime, al 99% civili, in maggioranza donne e bambini, uccisi da missili, bombe, droni, fame, sete, epidemie, sepolti sotto macerie. 2 milioni e passa di sopravvissuti avviati all’esodo “volontario”, nell’agghiacciante ipocrisia dei genocidari volontari che prospettano la vivisezione di Gaza con sua progressiva frammentazione in campi di concentramento sotto totale controllo dell’IDF. Grandi manifestazioni in Israele, ma mai contro questo. I kapò dei lager d’antan si ritrovano superati in classifica.

Tutto questo sulla base di un suprematismo autoassegnatosi e sacralizzato da un manuale autoredatto, ma attribuito a un autocreato dio in esclusiva e corroborato da un vittimismo, affatto simile a quello che altre comunità potrebbero assegnarsi, ma che si pretende unico nello spazio e nel tempo. Vittimismo vantato per sé, quando semmai era quello che aveva investito generazioni precedenti e ormai lontane. Vittimismo, oggi oscenamente strumentale, di una comunità religiosa fattasi imperialista e giudice dell’umano e del non umano. Quest’ultimo, dunque, in eccesso sul pianeta Terra. 

Tutto questo sotto gli occhi del mondo. Non del nostro, dove, al di là e contro l’ignavia di tanti, la passiva o attiva complicità di potentati politici, economici e culturali, vasti settori di società si sono sollevati contro gli abomini dello Stato storicamente e ontologicamente fuorilegge e a sostegno delle sue vittime. Non del nostro mondo, ma di quello che legami di storia, territorio, sangue, lingua, fede, destino, sofferenze in comune, avrebbero dovuto schierarsi, politicamente e operativamente, a fianco dei palestinesi. Il mondo arabo. Gli Stati arabi.

Ricordi personali mi riportano agli anni ’60. Già vent’anni prima, una coalizione che comprendeva i paesi arabi, quasi tutti, si era impegnata, sostenuta dai suoi 450 milioni di cittadini, nell’opposizione militare all’abuso di un’Assemblea delle Nazioni Unite, a ciò non titolata, che aveva espropriato terra di arabi per assegnarla a un intruso esterno, coloniale, occupato ad imporsi grazie a pratiche terroristiche nei confronti dei legittimi possessori e al sostegno di mandanti imperialisti.

Tra aggressioni poi subite e controffensive tentate e fallite, quella che era stata, nel segno del riscatto nazionale panarabo, una coalizione di protagonisti di quel processo, vedeva l’assottigliarsi dei suoi ranghi. Rimanevano in campo, sostenuti dallo schieramento socialista, Siria, Iraq, Egitto, parzialmente Libia e Sudan. Tutti gli altri, comprese le petromonarchie del Golfo, l’Algeria, il Marocco, il Libano, la Giordania, si limitavano a fornire condivisione negli interventi diplomatici, propagandistici, nelle votazioni dell’ONU. Emerse anche un attore non statuale, o, data la sua importante presenza parlamentare e al governo a Beirut, semi-statuale: gli Hezbollah, stupefacenti vincitori dell’unica guerra persa da Israele.

Già nel 1982, seconda invasione del Libano (Sabra e Shatila, il massacro allestito dal generale Sharon, poi premier), mirata a bloccare la rivoluzione delle forze progressiste palestino-libanesi, sostenute da armamenti e intelligence siriani, ebbi l’occasione di esserne cronista. Israele riuscì a costringere l’OLP di Arafat a lasciare il suo quartier generale di Beirut e a trasferirsi a Tunisi, ma simultaneamente dovette assistere alla nascita di una nuova forza di contrasto, ben più radicata tra le masse libanesi, gli Hezbollah. E furono i militanti del “Partito di Dio” a costringere Israele a porre fine, nel 2000, all’occupazione.

In quei giorni visitai Khiyam, cittadina libanese sul confine con la Galilea occupata ed ebbi conferma in che cosa consistesse la fama del conclamato dai capi di Stato Maggiore israeliani “Esercito più morale del mondo”. A Khiyam Israele aveva allestito un carcere per prigionieri. L’ho visitato assieme a un gruppo di giornalisti europei. Celle di un metro per tre, totalmente al buio, prive di aperture e, poi, una specie di scatoloni di 1 metro per 1, in cui erano costretti a raggomitolarsi per giorni coloro che erano stati ritenuti meritevoli di punizione. In piena osservazione della convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri.

Che poi ho potuto vedere ribadita nel corso di “Piombo Fuso”, l’invasione del 2009. Significativo il metodo, messo in atto a Gaza, di civili catturati dall’IDF: venivano ammanettati, legati sui cofani dei blindati, o messi in testa a pattuglie, usati come scudi contro eventuali trappole esplosive o cecchini. Pratiche oggi esaltate nella soluzione finale portata avanti Gaza e in Cisgiordania.

Tornando al Libano, in queste ore ancora una volta vittima di bombardamenti pesanti su tutto il territorio, nel 2006 avevo assistito alla cacciata del “più potente esercito della regione”. Nel giro di poche settimane di combattimento, dopo la battaglia persa di Bint Jbeil, Israele fu costretto a ritirarsi oltre confine, per quanto a costo della distruzione a forza di bombe del gioiello storico Beirut e dello sterminio della popolazione del Sud del Libano.

Anche allora, oltre che dai rifornimenti dalla Siria e, ora anche, dall’Iran, la resistenza palestinese e araba godeva, se non altro, delle espressioni di appoggio e di condanna di Israele da parte dei singoli Stati arabi e, collettivamente, della Lega Araba. Nel 2003, a Baghdad occupata dagli USA e con Saddam in fuga, al mio rientro in taxi verso Amman incrociai un pullmino del ministero per gli Affari Palestinesi del governo di Saddam. Prendendo insieme un caffè nel posto di ristoro lungo la strada, dai due conducenti, dipendenti di quel ministero, appresi che stavano trasportando i denari del programma di aiuti alle vittime della repressione in Israele: 10mila dollari per un’abitazione demolita, 20.000 per un congiunto ucciso. E il loro governo non c’era più.

Il sostegno dei governi arabi alla resistenza armata palestinese, con mobilitazioni popolari autorizzate, anzi sollecitate, nelle varie fasi dei dirottamenti di aerei, attentati suicidi, operazioni dai paesi vicini, intifade, si era mantenuto più o meno vivo, più o meno formale o sostanziale (perlomeno in termini finanziari) a seconda dei regimi.

La svolta si annunciò nel 1970. Nella primavera di quell’anno, con lo scopo di trarne un’esperienza viva e diretta, ero entrato in un’unità militante del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), con quartier generale ad Amman, capitale della Giordania. Allora quell’organizzazione, come anche il Fronte Popolare (PFLP), aveva assunto una dimensione internazionalista, di segno marxista-leninista, che prevedeva la partecipazione di combattenti di vari paesi. Mi ritrovai con egiziani, francesi, britannici.

Da una caverna sui monti che guardavano sul territorio palestinese occupato, penetravamo di notte oltre il confine segnato dal fiume Giordano, ed effettuavamo operazioni di posizionamento di mine e attacchi diretti contro le pattuglie israeliane che controllavano le zone limitrofe. Operazioni facilitate dalla tolleranza del regime di re Hussein e favorite dalla benevolenza dei posti di blocco dell’esercito giordano che formalmente avrebbero dovuto impedire ogni pretesto per rappresaglie israeliane. Che puntualmente poi si abbattevano su noi, come sui soldati giordani.

Tutto questo ebbe fine lo stesso anno, con Settembre Nero. Re Hussein, richiamato all’ordine dai padrini britannici, espulse tutte le forze della Resistenza e decimò – 20.000 morti – parte della popolazione palestinese rifugiatasi in Giordania dai tempi della Nakba e poi della guerra del 1967. Scampammo in tempo.

A rappresentare in termini tanto evidenti, quanto insospettati di tale portata, la fine di ogni sostanziale fiancheggiamento della causa palestinese da parte degli attori statali arabi, fino al limite, e oltre, della consonanza con quanto Israele va facendo oggi, è ora venuto l’episodio del Netaniahu-Qatargate. Due stretti collaboratori del premier Netaniahu, Jonathan Urich ed Eli Feldstein, funzionari del governo esecutore del genocidio palestinese, operavano per conto della monarchia degli Al Thani del Qatar e ne venivano retribuiti. La faccenda, con tutti suoi oscurissimi retroscena, coinvolge lo stesso premier. I reati ipotizzati dalla magistratura, da cui Netaniahu, colpito da pesanti imputazioni di corruzione, cerca di sottrarsi da anni, sarebbero ancora corruzione, frode, riciclaggio e abuso d’ufficio.

Qualcuno di questa intesa resterà sbalordito. Ma evidentemente ne implica altre anche di più vasta portata, esplicitate, appunto, dalla progressiva e sempre più precipitosa involuzione degli Stati arabi sopravvissuti all’eliminazione di quelli impegnati nella militanza antisionista e antimperialista. Ma sono rilevanti i segnali che l’hanno preceduta.

Il processo si è dipanato lungo le “primavere arabe” che manipolavano tensioni sociali giustificate, in direzione di una pacificazione-collaborazione col nemico sionista e di subordinazione agli interessi euro-atlantici. Venne poi il reclutamento, in giro per il mondo islamico, di forze mercenarie, già sperimentate in Kosovo e Bosnia, da utilizzare contro Libia, Siria e Iraq per quelle che da noi venivano mistificate da “guerre civili”. Il coronamento fu un evento epocale: gli accordi di Abramo, stipulati dal Trump del primo mandato, tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco sotto l’occhio compiaciuto dell’internazionale finanziaria sionista, della quale Trump era debitore per il sostegno ricevuto sia nella prima, che nella seconda campagna elettorale.

Siamo alle condizioni nelle quali ha potuto maturare il silenzio-consenso dei presidenti e monarchi arabi alla suprema manifestazione israeliana di colonialismo genocida. La Russia, impegnata in Ucraina contro una strategia imperialista che non nasconde l’intenzione di farla fuori, subìto il tracollo della Siria, ha da tempo limitato il suo ruolo all’alleanza, questa sì strategica, con l’Iran e a rapporti discretamente amicali con Egitto e Algeria. La Cina si astrae sistematicamente da ogni conflittualità e promuove per altre vie la sua visione dei rapporti tra le nazioni. Peraltro con notevole successo. Tranne tra gli stupidi, come il nostro.

Dove si vede come tutto sia, alla resa dei conti, lotta di classe.

Il venir meno di quel riferimento politico e, a suo tempo anche materiale, ha di fatto infiacchito la disponibilità delle masse arabe a mobilitarsi per la Palestina e contro le incursioni imperialiste. E, parlando di masse, ci si deve anche rendere conto che queste c’erano ed erano coscienti e attive, solo nella misura in cui si trattasse di cittadini di Stati dotati di dignità, giustizia sociale e indipendenza. E di Stati in cui le persone contavano qualcosa anche per le dimensioni della loro presenza e non erano oggetto di ricatti alla permanenza e alla sussistenza.

Nelle monarchie del Golfo, decisive nel contesto di cui parliamo, di masse autoctone ce ne sono poche. Di popolo yemenita, omaniano, libanese, si può dire. Per sceiccati come il Qatar, gli Emirati, Bahrein, Kuweit, molto meno. Politicamente parlando, nel senso di attori partecipi dello Stato, ci si deve limitare alle famiglie reali e immediati dintorni clientelari.

Lì le masse sono i soldi. Lo Stato è un clan aristocratico di alcune migliaia di persone che hanno in mano il teatro con tutte le sue strutture e sceneggiature e, ovviamente, i burattini. Tutti sudditi, più spesso schiavi (come gli operai dei Mondiali nel Qatar, per tacere della cui strage abbiamo avuto il Qatargate e la corruzione di una discreta cosca di eurocrati). Gente che al minimo rintocco di voce pro palestinese, o di voce in assoluto, si ritrova su un vascello con la prua ridiretta in Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan. Nella migliore delle ipotesi.

 

In prima linea resta l’Egitto di Al Sisi, con 100 milioni e passa di cittadini, in parte affamati, ma che sarebbero irritati se il governo strizzasse l’occhio a Israele. E si sa cosa combinano gli egiziani quando s’incazzano. Potrebbero esplodere più di quanto abbiano fatto a Piazza Tahrir, o di quando cacciarono, con una rivoluzione di massa poi risoltasi in golpe militare, il presidente Fratello Musulmano, Mohammed Morsi, uno che chiudeva il valico di Rafah con Gaza, bruciava le chiese cristiano-copte, proibiva gli scioperi, imponeva la Sharìa, era caro all’Occidente e poi si vendicò allestendo una campagna di attentati terroristici nel Sinai e contro alti gradi del nuovo Stato, molto gradita a Tel Aviv

E all’Egitto cui dobbiamo esercito e colonne di carri armati schierati nel Sinai a fronteggiare Israele, l’espulsione dei suoi abitanti e il piano di ricostruzione di Gaza con dentro i palestinesi e addirittura Hamas. Piano che la Lega Araba, in omaggio al buon look, ha approvato e che è l’unica zeppa finora messa alle ruspe di Trump e Netaniahu, impegnati a bersi il cocktail sulla splendida riviera di Gaza depurata.

Se poi anche domani il Cairo, con questi o altri dirigenti, dovesse partecipare alla festa della riconciliazione con lo Stato fuorilegge sionista, saremo pronti a rivedere la valutazione.

Fratellanza Musulmana, cacciata da Egitto e Tunisia, regnante nei due paesi più doppio-e triplo-giochisti della regione, Turchia e Qatar e attiva in Giordania e Marocco, intima di Londra, dove venne alla luce. E’ tornata protagonista e sarà interessante scoprire cosa succede quando due energumeni, compari nell’ eliminazione di un comune rivale, o nello svuotamento di un caveau, si ritrovano a discutere della spartizione del bottino. Parliamo di Turchia e Israele, massime potenze militari della regione.

Fatta fuori di comune accordo la Siria laica, antimperialista, antisionista, ultimo baluardo arabo, insieme allo Yemen, nel sostegno alla Palestina, si sono ritrovati faccia a faccia, impegnati a programmare un futuro di soci diventati concorrenti. Di qua la Turchia, padrina dei jihadisti, ora con cravatta, con la pulizia etnico-religiosa, politica e terroristica; di là, quella israeliana, condotta mediante installazione di basi, distruzione bombarola delle infrastrutture militari e civili e occupazione (futura annessione) di terre. Di qua, chi vuole porre un limite all’espansione in Siria del contagio curdo, prepotentemente diffusosi grazie ai servizi resi allo sponsor statunitense. Di là, una potenza che, per sventare ogni ipotesi di unità nazionale araba, ha sostenuto questa, come ogni altra minoranza.

Scontro inevitabile, seppure forse diluito nel tempo, data l’appartenenza allo stesso schieramento geopolitico, ma con alterazioni certe della mappa del Medioriente. Un anticipo lo abbiamo visto a inizio aprile. Ankara, d’accordo con i suoi virgulti Al Qaida installati a Damasco, prende possesso della massima base aerea siriana, la T4, a Tiyas, per installarvi aeronautica e apparati di difesa antiaerea. Vi vorrebbe collocare anche l’avanzatissimo sistema antiaereo S-400, incautamente fornitole dai Mosca. Israele, che a dispetto di una lunga, per quanto mascherata, partnership col neo-ottomano, non può non considerare tale presenza militare turca una minaccia. E reagisce. La T4 viene bombardata, le piste e strutture sono danneggiate.

Si apre un nuovo capitolo. Come suole, da 1000 anni a questa parte, a detrimento degli arabi.

 

 

lunedì 7 aprile 2025

Trump, a la guerre comme a la guerre --- IL “PACIFICATORE” APRE IL CAPITOLO YEMEN-IRAN

 


 

OTTOLINA TV Gabriele Germani intervista Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=8Mpa5auQRgs

https://youtu.be/8Mpa5auQRgs

Nell’intervista, oltre a ricordi e analisi ricavati dalla mia esperienza in loco (vedi documentario “Target Iran”, cose così:

Dopo Clinton-Bush-Obama-intervallo Trump-Biden, sospiro di sollievo planetario: finalmente un presidente che non ha iniziato guerre e che dice di voler fare la pace con la Russia.

Molto bene, ma con il resto no?

Chi se lo poteva immaginare?

Chi se lo doveva immaginare dal più fanatico e incondizionato sostenitore dello Stato guerrafondaio e terrorista per eccellenza? Quello che, osando un abuso che nessun suo predecessore aveva mai osato, voleva trasferire la capitale da Tel Aviv a Gerusalemme. Quello che non avrebbe vinto né la prima, né la seconda presidenza degli USA senza i milioni (100 stavolta) di Miriam Adelson, miliardaria che rappresenta la crème de la crème dei soldi di una comunità ebraica più generosa con Trump perfino che con Obama. Quello che vorrebbe, con un gentile invito assicurato dalle armi USA, trasferire i palestinesi dalla loro terra nel nulla. E trasformare Gaza, e poi il resto, nel resort “Tappeto di ossa” all’insegna della Stella di David. Alle necessarie e redditizie modifiche dell’assetto attuale ci sta pensando il genero palazzinaro Jared Kushner

E anche quello che si è dato da fare per nettarsi della fama di imbelle pacifista, così riconvertendo anche l’errato modo di pensare e sentire di qualche miliardo di esseri umani.  Popoli del mondo sconvolti e indignati da quanto hanno visto e capito di Israele, “democratico e vittima”, grazie al velo di Maya lacerato da Hamas il 7 ottobre.



Quattro settimane di bombardamenti su 40 milioni di civili, tra i più civili e nobili della Terra, ridenominati “obiettivi militari dei ribelli Houthi”.  Bombardieri B-2, squadroni di caccia anti-persona, missili da crociera Jassm, bombe plananti Isow, missili Tomahawk, per complessivamente un miliardo di dollari. Ai quali quel popolo, piccolo di statura, ma gigantesco di animo, consapevole del costo della resistenza quanto i gazawi, ha riposto con adunate milionarie di yemeniti per sostenere il loro legittimo governo e la sacrosanta operazione di attacchi al naviglio connesso allo Stato terrorista.

Attacchi che vanno a sostenere la sopravvivenza dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania e, a volte, fanno male perfino a Tel Aviv. E perfino agli USA, quando colpiscono la loro portaerei “Harry Truman” e le flotte vassalle, compresa quella inviata dal nostro ministro, noto commesso viaggiatore dell’industria delle armi.

Polverizzare la più antica civiltà del mondo, l’unica ininterrottamente viva da 2.500 anni negli stessi suoi millenari capolavori architettonici, affinchè cessi di turbare i traffici nel Mar Rosso del capitalismo sionista e imperialista. Punire l’unica nazione (altro che tribù di ribelli baluba) che, nel collasso della solidarietà degli Stati arabi, resta in piedi e con le armi a fianco dei fratelli palestinesi.

E poi passare al bersaglio grosso. Per ora sull’Iran si sono abbattute solo minacce (“Se non accettano l’accordo sul nucleare gli farò male come non mai”) e un tentativo dell’aeronautica israeliana di colpire in casa l’impertinente paese che ostacola il proprio disegno imperialista. Tentativo fallito, alla faccia della propaganda, perché mirato a un paese che vanta la massima potenza militare e tecnologica della regione, compresa quella della difesa aerea e dei missili balistici. Cosa di cui gli israeliani si sono accorti quando droni e missili iraniani hanno colpito, questi sì, due basi dell’aeronautica israeliana, insieme ad altri 20 obiettivi. Come dimostrato dalle immagini satellitari, oltrechè da testimoni indisciplinati.

Israele che, a dispetto del mito della sua invincibilità-impunità, nella guerra del 2006 le ha beccate perfino da Hezbollah, sa che con l’Iran non ci sarebbe partita. Ecco perché da anni implora l’intervento degli USA. Che con Trump hanno finalmente obbedito: Sull’isola di Diego Garcia, in pieno Oceano Indiano, fortificata dai britannici dopo la cacciata di tutto il suo popolo, è arrivato un armamentario che non s’era nemmeno visto a Okinawa. Tra molte altre cose, 7 bombardieri B-2 Spirit per carichi nucleari, invisibili ai radar; 8 bombardieri strategici B-52, 7 di giganteschi aerei da trasporto C-17, 10 aerei-cisterna Stratotanker per il rifornimento in aria, sommergibili classe Ohio con missilistica nucleare.

Sistemata l’economia domestica, grazie agli schiaffi daziari inferti al resto del mondo, c’è il rischio che si vada a conoscere il “nuovo Trump”. Quello che le guerre sì che le inizia. E sarà l’ennesima persa dagli americani. Ci dovranno pensare Ursula e i suoi scudieri. E allora, finalmente, ci verrà da ridere.

 

 

 

venerdì 4 aprile 2025

Guerra per il fascismo, fascismo per la guerra --- 2025 COME 1939 --- Resistenza adesso, o mai più

 

 

Guerra per il fascismo, fascismo per la guerra

2025 COME 1939

Resistenza adesso, o mai più

 

Fulvio Grimaldi sul Canale Youtube “Mondocane video”

https://www.youtube.com/watch?v=wxINiQQPX7c&lc=UgwJIHQCbMTTTT7pC6J4AaABAg

https://youtu.be/wxINiQQPX7c

I fascisti sono guerrafondai, i guerrafondai sono fascisti.

Dato che Storia e logica ci dimostrano che il fascismo senza aggressione interna ed esterna non può esistere, essendo noi ora in pieno scatenamento bellico, siamo entrati necessariamente in piena fase di fascistizzazione. E viceversa.

Mica tanto per il governicchio postfascista, rozzo, volgare, incompetente, smargiasso, ridicolo e orrendo, che ci ritroviamo in casa, ma per i modelli che le classi d’Occidente e più accanitamente d’Europa ci propongono: da Zelensky a Netaniahu, da Starmer al mentecatto Macron, al Blackrock Merz, tutti germogli dell’internazionale finanziaria sionista. E per gli obiettivi che a ritmo forsennato perseguono sotto la copertura di “valori europei” che riflettono la realtà quanto la patacca CGIL sul bavero di Landini, o ogni strepito di opposizione della Schlein.

Come s’è visto a Piazza del Popolo, dove un manutengolo mediatico degli invasati aveva convocato complici e utili idioti dell’Europa in armi e in orbace. Come s’è visto voto compatto bi-tri-quadri-partisan per l’UE alla guerra. E per gli armieri trilionari, dopo quelli farmaceutici, cibernetici e green.

La questione che si pone è questa: quella cui assistiamo nel frastuono dei media, degli strilloni politici e delle assordanti sirene d’allarme suonate per avvertirci dell’arrivo di Putin, è solo una slavina di panna che serve a mimetizzare un ghiacciaio che ci si sta precipitando addosso. E che oblitererà per sempre il mondo nel quale, bene o male, più male che bene, abbiamo vissuto negli ultimi 80 anni?

Mi riferisco alla presunta apocalisse dei dazi e controdazi, al clamore forsennato che, come tutti i clamori allestiti in Occidente in modo sincronico, prova a distogliere lo sguardo, l’attenzione e la comprensione di qualcosa di veramente catastrofico: la guerra contro la Russia, il dissanguamento dell’Ucraina, l’apocalisse allestita da un rigurgito dell’inferno in Palestina e, per portare a conclusione tutto questo, la narcotizzazione delle società coinvolte. Il fascismo, appunto.

Siamo in pieno rigurgito. Da noi le schifezze scaturite dalle malepiante rinsecchite del ventennio e dalla rianimazione di quel cadavere, si sono portate avanti col lavoro.

Di tutto ciò e di altro nel “Mondocane video”. INTANTO TUTTI AL 5 APRLE A ROMA

martedì 1 aprile 2025

L’Antidiplomatico--- Di Fulvio Grimaldi --- Yemen, una Little Big Horn araba

 


Diciamo subito una cosa. Qui non si parla di “ribelli Houthi”. Qui si parla di yemeniti e di governo dello Yemen. “Ribelli Houthi” lo lasciamo dire ai mistificatori, ignoranti o malevoli,

che provano a negare i suoi titoli a una nazione che ha conquistato la sua libertà e sovranità lottando e spendendo sangue. Una lotta impari, ma vinta, contro chi, quinte colonne, sauditi, aeronautica USA, cercava di tornare a imporgli una storica sudditanza coloniale: troppo strategicamente decisiva la sua posizione all’imbocco della più importante via marittima del mondo.

Ansarallah, Partigiani di Dio, è il nome del movimento di liberazione scita, capeggiato da Abdulmalik Badreddin al-Houthi  (da cui “ribelli Houthi”, per pretendere l’illegittimità della loro conquista del potere), che nel corso di tre lustri ha combattuto i tentativi di ricupero colonialista condotti dai sauditi sotto spinta USA e con la complicità di una quinta colonna interna.

So che gli yemeniti mi perdoneranno l’approccio molto gergale, molto confidenziale del titolo. Me lo posso permettere. Lo so, perché tra gli yemeniti e me c’è molta confidenza, appunto, molta amicizia. Sono, loro, intelligenti, ospitali, spiritosi, disposti all’amicizia. Ci ho vissuto per due anni, nello Yemen, ci conosciamo. Sono perlopiù piccoli, masticano per ore il Qat, una foglia che contiene in misura ridotta il principio dell’amfetamina. La masticano perché toglie l’appetito e loro, da secoli, l’appetito non se lo possono permettere. Così un po’ per volta si sono rimpiccioliti. Corpi piccoli, grande spirito.

Sono i più poveri degli arabi, anche se qualcuno ricorda che per i romani erano gli abitanti dell’Arabia Felix. Felix duemila anni fa, prima che gli passassero sopra invasori e spoliatori d’ogni genere, dagli ottomani, ai pirati, a tutti coloro che volevano togliergli la posizione di controllo sul Mar Rosso. come gli inglesi, i peggiori di tutti. A Sanaa, la capitale, ho visto le Mille e una notte, più che a Babilonia, o a Niniveh.

Non un patrimonio archeologico, non affascinanti rovine, ma un patrimonio vivo, vissuto ininterrottamente da duemila anni, con gente dentro a palazzi altissimi, quasi grattacieli. Architetti ineguagliati, mattoni di fango, eterni, decorati con arabeschi bianchi di calce. Un’invenzione tra dada e Mondrian, con ai piedi un mercato, Bab el Yemen, dove tra le bancarelle, tende, vapori del migliore caffè del mondo, ti aspetti di intravvedere Harun el Rashid, laicissimo quint califfo degli abbasidi, con la leggermente velata, leggiadra, moglie Zubaidah. E oggi un’architettura moderna, avveniristica, conferma l’incredibile creatività di questo popolo che, pure, ci pare ai margini del mondo.

Oggi questo miracolo di bellezza urbana, difeso per secoli dai suoi figli, affettuosi manutentori e da un tempo meteorologico che, nella frescura dei 2000 metri dell’altopiano, donde si osserva il Mar Rosso e i suoi traffici, ne cura la salvaguardia.

Tutto questo io l’ho visto. Tutto questo oggi è in gran parte macerie, polverizzato da bombe e missili, parzialmente dai sauditi, mandatari di Washington, poi, definitivamente, dagli USA di Biden e Trump. Il messaggio è quello di ogni obliteratore, gli Al Qaida a Palmira, la Nato a Cirene in Libia, Bush a Ur in Iraq, Churchill a Dresda, i nazisionisti a Gerusalemme: per scomparire dovete scordarvi di chi siete.

L’assassino di una gemma della civiltà umana è uno di cui i corifei di Trump vantavano che, diversamente da predecessori come Kennedy, Johnson, Bush l’uno e l’altro e, soprattutto, Obama, con l’emulo minor e minorato Biden, non avesse mai iniziato una guerra. Un falso dimostrato da un incidente di percorso che rivela, di lui e dei suoi conniventi, insieme alla rozzezza, all’incompetenza da smargiassi, il cinismo cieco del serial killer.

Prosecutore e moltiplicatore del genocidio in Palestina abbiamo visto che lo è. Ma ora Trump è anche l’iniziatore di una sua prima guerra. Al momento in cui Hamas e Israele concordarono una tregua che avrebbe dovuto svilupparsi in tre fasi, lo Yemen sospese ogni intervento nel Mar Rosso sui trasporti che avessero a che fare con Israele. Come sappiamo, contro uno Stato fuorilegge che, per sua intima natura, pratica ogni genere di violazione del diritto e, dunque, di accordi solennemente sanciti, bombardando e uccidendo dalla Siria al Libano, a Gaza e ovunque si muova qualcosa la cui fine dia soddisfazione, Sanaa ha deciso di rinnovare il suo impegno per la Palestina. E missili sono tornati ad affacciarsi su Tel Aviv.

Missili e droni, peraltro efficacissimi su navi i cui trasporti della mostruosità sionista favorivano l’assetto economico e le operazioni militari. E poi anche sulle flotte imperiali e NATO (compresa una nostra), con tanto di portaerei Eisenhower e Harry Truman bruciacchiate, che a tale naviglio provavano a garantire il passaggio. Senza peraltro riuscirci, visto che da quando, un anno e mezzo fa, gli yemeniti hanno sbarrato quel passo a compari e santoli di Israele, il traffico in qualche modo connesso a costoro si era ridotto del 70%.

Di non convenzionale nella conduzione degli affari politici del neopresidente c’è quasi tutto. Ma quando il non convenzionale si abbina all’inettitudine abbiamo qualcosa che produce paradossi. L’hanno chiamato lo “Chatgate”, quello scambio su una chat con dentro cani e porci (chiedendo venia ai nobili animali). Oltre ai titolati vicepresidente degli Stati Uniti, ministro della Difesa, Consigliere della Sicurezza Nazionale, la frequentava anche un signore da cavoli a merenda, giornalista, direttore della rivista Atlantic, finitovi per caso. Giornalista ritrovatosi confidente di provvedimenti strategici segretissimi, tali da poter mettere a rischio, se rivelati, la sicurezza nazionale.

Giornalista che, come impone la deontologia, da noi poco praticata, ne ha subito spifferato il contenuto al colto e all’inclita in cinque continenti. Che così hanno saputo in anticipo che gli USA sarebbero tornati ad avventarsi su Sanaa e su 40 milioni di yemeniti. Abbiamo perfino potuto apprezzare, nella chat, i dettagli etici sugli obiettivi civili da polverizzare, tipo grandi edifici di appartamenti, centri di comunicazione, depositi di carburante, ospedali. Obiettivi ritenuti essenziali, a quanto dichiarato, per garantire agli israeliani la sicurezza dei loro rifornimenti via Mar Rosso. Un nastrino in più sul petto di uno che “non aveva mai iniziato guerre”: nel solo primo giorno dell’ondata di raid che dura tutt’ora 53 vittime civili, compresi 5 bambini.

Racconto una vicenda personale, che parte da una condizione emblematica per la mia generazione, ma che mi ha anche legato a una fase cruciale del travaglio che, attraverso durissimi passaggi, ha portato allo Yemen libero, indipendente, padrone di quattro quinti del territorio. Yemen che continua, nell’indebolimento di altre componenti dell’Asse della Resistenza e nella complicità passiva o attiva dei governi arabi, a sostenere politicamente e materialmente la resistenza palestinese.

Era il 12 maggio 1977 e quel giorno la celebrazione a Piazza Navona della vittoria nel referendum sul divorzio fu aggredita violentemente dalla polizia di Francesco Cossiga, primo di una serie sciagurata di capi di questo Stato. Gli scontri si estesero da Campo dei Fiori oltre il fiume, fino a Trastevere. Entrarono in campo i “Falchi”, agenti travestiti da manifestanti, con licenza di sparare. Su Ponte Garibaldi spararono. Ne morì Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa. Io, lì vicino, avevo il ginocchio colpito da un candelotto lacrimogeno. Non era il caso di farsi beccare – e arrestare – in ospedale. Un compagno medico, il papà di Ilaria Alpi, mi consigliò di levare le tende per un po’.

Lo Yemen mi parve il posto più improbabile perché qualcuno vi cercasse il bersaglio di un candelotto. Mi accolsero, mi ospitò una meravigliosa famiglia di gente dalle ottime idee. Da lì potei riprendere i miei percorsi nell’Eritrea in guerra di liberazione. Che lo Yemen sosteneva, avendo seguito un processo analogo con la lotta di liberazione dall’occupazione britannica (indimenticati i terrificanti metodi terroristici delle famigerate SAS, truppe speciali, che poi ho visto farsi valere anche in Irlanda del Nord).

Dal 1967 al 1990 lo Yemen era diviso in due. Una Repubblica Popolare al Sud, con Aden, marxista leninista e uno Yemen del Nord, nasseriano. Quando ci capitai, nel maggio 1977, capo dello Stato era Ibrahim Al Hamdi, uno scrittore e poeta di grande sensibilità, di fede nazionalista, socialista e panaraba, col quale diventammo amici e passammo stimolanti serate in conversazioni e racconti. Fu assassinato nell’ottobre di quell’anno, nel corso di un colpo di Stato organizzato dai sauditi. Lo sostituì un generale, Ahmad al Ghashmi, che impresse al paese una svolta filoccidentale e di netta dipendenza da Riad.

La mia amicizia con il predecessore non favorì un atteggiamento benevolo da parte del nuovo establishment. Il neopresidente durò poco e fu sostituito da un civile, Ali Abdullah Saleh, sulle stesse posizioni del generale. Le cose precipitarono quando, per le cose che scrivevo per “il manifesto”, “L’Espresso” e da corrispondente di una rivista araba edita a Londra, “The Middle East”, fui dichiarato persona non grata e invitato a lasciare il paese. Saleh durò moltissimo, ma fu rovesciato da una rivolta popolare nel 2011.

Nel 1990 i due frammenti dello Yemen erano stati riuniti, ma il nuovo Stato rimase sotto la stretta tutela dei sauditi. Da questi e dall’anglosfera fu imposto un nuovo fantoccio, Abdrabbuh Mansur Hadi, parimenti respinto dal rifiuto del movimento anticolonialista emerso nello scontro con il predecessore. In Occidente questa vera e propria rivoluzione venne definita “guerra civile”, come suole (vedi Siria) quando si tratta di occultare fenomeni che potrebbero suscitare conoscenza corretta e prese di coscienza.

La resistenza all’imposizione saudito-imperialista, che si cercò di azzerare attraverso l’aggressione via terra dei sauditi e i bombardamenti a tappeto statunitensi, fu coronata nel 2015 dalla conquista della quasi totalità del territorio yemenita, compresa la capitale Sanaa. Seguirono il ritiro dei sauditi e la progressiva riduzione dei bombardamenti, mentre il burattino Hadi è stato di fatto confinato dai sauditi nel ridotto meridionale di Aden. La sua funzione residua è quella di far dare dei “ribelli Houthi” al popolo yemenita e al suo governo.

Per concludere, va detto che il costante tentativo politico-mediatico occidentale di ridurre a fenomeno tribale ed eversivo uno Stato sovrano, indipendente, dalle chiare posizioni antimperialiste e antisioniste, conquistato e liberato in anni di incredibile sofferenza ed eroismo, da un popolo che si conferma “er mejo figo del bigoncio”, irriducibilmente al fianco dei palestinesi con manifestazioni di milioni di persone, dice tutto dei nostri politici e giornalisti. Tutto il male possibile.